Posts Tagged ‘registrazione’

Quei 74 minuti e 33 secondi del Compact Disc

16 maggio 2009
Bernstein e Karajan alla presentazione del Compact Disc

Karajan alla presentazione del compact-disc

(Aggiornamento: l’articolo era un po’ vecchiotto e aveva qualche imprecisione. Ho pensato allora di riscriverlo, questa volta per Il Corriere Musicale. Lo trovate qui.)

Ci si potrebbe chiedere che razza di scelta sia quella dei 74 minuti e 33 secondi per la capacità di memorizzazione dei compact disc audio. Non si poteva fare 75? Come mai si passò dai 60 inizialmente previsti a questi strani 74:33?

Beh, la storia è un po’ complicata, è spesso citata come una leggenda, ma ci sono molti indizi che ne confermano la veridicità. Consiglio caldamente di evitare di credere a quanto scritto su Wikipedia. Soprattutto, fino a poco tempo fa era possibile leggere sul sito del comparto di ricerca della Philips un articolo che spiegava nel dettaglio i perché della scelta che confermava pienamente quanto sto per scrivere. Per fortuna, nonostante quell’articolo non sia più on-line, è consultabile in rete un contributo apparso sull’IEEE Information Theory Newsletter, che riporto in fondo.

Vediamo, molto brevemente, di ripercorrere le tappe fondamentali della nascita di questo importante formato di mermorizzazione musicale (e non solo). La Philips, già nei primi anni’70, era alla ricerca di un nuovo formato di memorizzazione. C’erano molte strade aperte, soprattutto grazie alla nuova tecnologia digitale. Nonostante la nuova tecnologia fosse promettente, però, molti erano convinti che l’analogico fosse ancora la scelta migliore, soprattutto in virtù della (massima) qualità alla quale si era giunti in quel periodo. Pochi anni dopo, a fine anni ’70 (siamo tra ’78 e ’79) alla Philips si aggiunse la Sony, in una quasi incredibile joint-venture finalizzata alla definizione di uno standard condiviso per il nuovo formato. Molti erano i parametri da scegliere, e i due team di ricercatori facevano proposte spesso contrastanti. Solo su una sembrava esserci già da subito un accordo di massima: la capacità di 60 minuti di registrazione. A questi 60 minuti, mediante varie tipologia di codifica, seguivano le proposte di un certo diametro per il compact disc: Philips spingeva per i 115 mm e Sony per i 100 mm, quasi certamente pensando già allo sviluppo di lettori portatili. Poi, improvvisamente, ad inizio 1980 la capacità fu modificata in 74 minuti e 33 secondi, un dato completamente inusuale: i 60 minuti erano pensati per andare oltre la capacità di un LP e sembravano sufficienti per poter stipare anche le registrazioni più lunghe (opere, ad esempio) su più dischi, mantenendo comunque contenuta la dimensione del supporto fisico. La motivazione di questo cambiamento, riportata nell’articolo sul sito Philips e citata nell’articolo che trovate in fondo, è piuttosto semplice: “Il tempo di riproduzione fu determinato da Beethoven“, seppur dopo la sua morte. La moglie di Norio Ohga, vice presidente della Sony, suggerì al marito di scegliere (per il nuovo formato) una capacità che ben si sposasse con uno dei brani di musica classica più noti: la nona sinfonia di Beethoven. Norio Ohga, che aveva studiato al Conservatorio di Berlino, probabilmente non fu dispiaciuto di questo consiglio, che tra l’altro consentì di tornare a riflettere su altri problemi che riguardavano altri parametri importanti da decidere per il compact disc. In particolare, la versione considerata ai tempi “di riferimento” per la nona era l’incisione del 1977 di Herbert von Karajan con i Berliner Philharmoniker, circa 66 minuti di musica. E’ bene notare che Karajan fu impegnatissimo nello sviluppo di questa nuova tecnologia, come sempre nella sua carriera attento alla possibilità di diffondere la sua opera nel miglior modo possibile. Si pensò allora di controllare quale fosse l’incisione più lunga della nona sinfonia di Beethoven. La risposta si ottenne quasi subito: fu facile trovare la celebre incisione di Wilhelm Furtwaengler, registrata dal vivo a Beyreuth nel 1951. Alcune fonti affermano che questa celebre registrazione fosse anche la preferita dalla moglie del vice-presidente della Sony. L’interpretazione era particolarmente lunga, ben più dei soliti 68-70 minuti usuali all’epoca. Tuttavia la fama di Furtwaengler e di questa incisione erano così grandi che i74 minuti e 25 secondi della registrazione (più le pause tra le tracce) furono scelti come standard per il compact disc. Per memorizzare una tale quantità di musica era necessario aumentare il diametro del supporto agli attuali 120 mm. Nella realtà dei fatti, comunque, ci fu certamente qualche altro motivo molto importante che permise una simile scelta. Il più probabile di questi è che la Sony spingesse per i 120 mm sapendo che la Philips aveva già preparato tutti i mezzi necessari alla fabbricazione dei supporti da 115 mm ed era dunque molto avanti. E’ allora facilmente ipotizzabile che pur di tornare in una condizione di parità, la Sony spinse per una capacità di registrazione maggiore, nonostante probabilmente non fosse questo (ma piuttosto la disparità tecnologica con Philips) il motivo alla base della proposta. Fatto sta che furono effettivamente 74 i minuti e 33 i secondi scelti per la capacità del disco, seppure fino al 1988 non fosse possibile sfruttarli pienamente per ragioni tecnologiche.

Ecco l’articolo che citavo più sopra:
Shannon, Beethoven, and the Compact Disc, apparso nel 2007 sull’IEEE Information Theory Newsletter.

Gustav Mahler nei rulli Welte-Mignon

9 maggio 2009
Gustav Mahler - profilo

Gustav Mahler - profilo

Il 9 novembre 1905 il già celebre direttore d’orchestra e compositore (oggi le qualifiche sarebbero invertite) Gustav Mahler entrò negli studi della Welte-Mignon per registrare 4 rulli per pianoforte per una durata complessiva di circa 26 minuti. Mahler scelse due dei suoi lieder e due tempi di sinfonia: l’ultimo tempo della quarta e il primo tempo della quinta. Normalmente si dà poco credito ai rulli per pianoforte incisi tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento, prima che la registrazione sonora facesse quei grandi passi in avanti che oggi ci permettono di avere una fedeltà straordinaria. Il problema fondamentale dei rulli per pianoforte era l’assenza della dinamica e quindi la seguente impossibilità di trasmettere l’espressione. Non solo, anche accettando questa limitante carenza, il risultato era già di per sè piuttosto innaturale. La tedesca Welte-Mignon, ad inizio novecento, rivoluzionò la tecnica dell’incisione sui rulli, dapprima passando dai cilindri chiodati alla carta perforata (ovviamente più facile da riprodurre) e successivamente introducendo un rivoluzionario e complesso sistema che permettesse la registrazione della dinamica delle note suonate. Il funzionamento è piuttosto complesso da descrivere, per questo rimando chi volesse avere maggiori informazioni ai link che ho inserito in coda all’articolo. In breve, nel sistema brevettato nel 1903 utilizzato da Mahler, la dinamica delle note (divise in due gruppi: quelle basse e quelle alte) veniva registrata a parte con l’uso dell’inchiostro. La registrazione della dinamica non per ogni nota ma per i due gruppi fondamentali (bassi e soprani) può risultare limitante, ed in effetti non può che esserlo, ma non lo è tanto quanto si può pensare, soprattutto pensando a quanto si acquista in espressività rispetto all’assenza totale di informazioni sulla dinamica. Il rullo finale, contenente sia la coppia altezza-durata delle note (peraltro già presente nei rulli più semplici, seppur con minor fedeltà) che l’informazione ad inchiostro sulla dinamica, veniva poi esaminato dai tecnici della Welte-Mignon, che si occupavano di eliminare manualmente alcune imprecisioni dovute alla meccanica della registrazione, soprattutto per quanto riguarda la dinamica, che veniva il più possibile resa fedele all’esecuzione del pianista di turno. Il risultato che oggi è possibile ascoltare va davvero oltre ogni più ottimistica previsione, basti ascoltare i brani che riporto qui sotto.

Un Welte-Mignon (senza tastiera)

Un Welte-Mignon (senza tastiera)

Non si spiegherebbe altrimenti la grande quantità di pianisti e compositori che si cimentarono nell’opera così inusuale costituita dalla registrazione dei propri lavori:  Paderewski, Lhevinne, Hofmann, Gieseking, Ganz, Horowitz, Saint-Saëns, Grieg, Richard Strauss, Debussy, Busoni e molti altri. I rulli registrati erano poi pronti per essere riprodotti da pianoforti preparati appositamente solo per la riproduzione. I rulli lasciati da Mahler, riprodotti e registrati nel 1992 in alta qualità sonora, sono sorprendenti soprattutto alla luce delle interpretazioni note dalla discografia ampia delle sue sinfonie. E’ davvero difficile accostare le sue personali visioni del celstiale finale della quarta o dell’esordio funebre della quinta alle più celebrate incisioni discografiche della seconda metà del secolo (basti pensare a Bernstein). Se c’è qualcuno che si avvicina, almeno nei tempi, a questo Mahler, è il suo allievo Bruno Walter, altro grande direttore d’orchestra del novecento, che di persona aveva potuto conoscere ed ascoltare Mahler.

Ecco dunque il quarto movimento della quarta sinfonia:

Ecco la stessa registrazione con la sovrapposizione del canto del soprano Yvonne Kenny:

e il primo tempo della quinta:

Come sempre, vi auguro un buon ascolto!

Per saperne di più sui sistemi di registrazione e di riproduzione automatica della Welte-Mignon, vi segnalo i seguenti documenti in rete:
http://www.pianola.org/reproducing/reproducing_welte.cfm
http://welte.ub.uni-freiburg.de/en/index.html


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