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Wisława Szymborska

2 febbraio 2012

Qualche settimana fa il Corriere della Sera ha lanciato una bella serie di libri dedicata ai grandi poeti del Novecento. Il primo volume, in omaggio o poco meno, conteneva i versi di una poetessa polacca: Wisława Szymborska, per me fino ad allora sconosciuta. Leggo poesie da qualche tempo, non a tempo pieno, a dire il vero, ma sento di amare molto quel mezzo espressivo, che trovo profondamente affine, vicino, alla musica. Poeti polacchi, poi, ne conoscevo praticamente nessuno, anzi solo uno: Czesław Miłosz, uno dei grandissimi. Ce n’è voluto poco, di tempo, perché quel volumetto pagato quattro soldi si rivelasse un dono meraviglioso: i versi della Szymborska sono semplicemente splendidi, colmi di colore, ironia, gusto. E bellezza, una bellezza che salta fuori da tutti gli angoli di quelle lettere su carta, da ogni paradosso, scherzo, gioco che esse compoiono. Purtroppo, oggi Wisława ci ha lasciati, e per ringraziarla di esserci stata e di averci regalato i suoi pensieri in versi, mi va di riportare qui sotto una delle sue poesie, senza voler scegliere la mia preferita, o la più nota, ma semplicemente una che dimostri quanto fosse ricco il suo lirismo, pur alle prese con l’inevitabile. Perché sì, davanti ad alcune cose ci vuole serietà, ma senza esagerare.

Sulla morte, senza esagerare

Non s’intende di scherzi,
stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.

Quando conversiamo del domani
intromette la sua ultima parola
a sproposito.

Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara,
né rassettare il disordine che lascia.

Occupata ad uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.

Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo!

A volte le manca la forza
di far cadere una mosca in volo.
Più di un bruco
la batte in velocità.

Tutti quei bulbi, baccelli,
antenne, pinne, trachee,
piumaggi nuziali e pelame invernale
testimoniano i ritardi
del suo svogliato lavoro.

La cattiva volontà non basta
e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
è, almeno finora, insufficiente.

I cuori battono nelle uova.
Crescono gli scheletri dei neonati.
Dai semi spuntano le prime due foglioline,
e spesso anche grandi alberi all’orizzonte.

Chi ne afferma l’onnipotenza
è lui stesso la prova vivente
che essa onnipotente non è.

Non c’è vita
che almeno per un attimo
non sia immortale.

La morte
è sempre in ritardo di quell’attimo.

Invano scuote la maniglia
d’una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto.


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