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Maurizio Pollini al Festival di Lucerna: l’umana perfezione dell’inevitabile.

10 settembre 2012

Maurizio Pollini

Sono le cinque del mattino e non riesco a chiudere occhio. Maurizio Pollini al Festival di Lucerna, ultime tre sonate di Beethoven: op.109, op.110, op.111. Ho appena finito di ascoltare la registrazione di questo concerto. Sono le tre sonate che più mi emozionano, lo dico subito, e che mai avrei potuto ascoltare da un pianista che tanto amo senza dovermi aspettare emozioni ancor più forti. Dovevo aspettarmelo, diamine.
All’inizio, un incubo, ho pensato che al piano ci fosse un impostore, o che Pollini non stessse bene. In quella 109 c’erano tutti gli errori che un settantenne può permettersi, c’era il Pollini frettoloso e sbilanciato degli ultimi anni, ma tutto questo all’ennesima potenza, così accentuato che anche quegli inevitabili lampi di assoluta bellezza che un pianista colossale sa regalarti (nel terzo movimento, preso a un tempo ben più rapido che in passato), finivano sommersi da più lunghi episodi di incomprensibilità, nei quali la tecnica falliva al pari del senso del ritmo, nei quali la struttura stessa della sonata finiva annegata. Una grande delusione, ma ancor di più un grande senso di sconforto e tristezza, quasi la consapevolezza che quel così grande pianista non potrà più essere lui.
Poi, la 110, ben meglio, con un brutto secondo movimento (anche qui, tempi veloci sporchi e confusi), ma uno straordinario, profondissimo attacco di terzo movimento. Stupefacente. La fuga aveva i suoi problemi, nei passaggi più veloci, perlopiù, sempre con quel senso di inevitabile incalzare dell’ultimo Pollini, ma in definitiva di una bella, perdonabile e necessaria imperfezione. E infine ecco l’incredibile bellezza della vita, l’inattesa gioia di una 111 che solo Pollini può suonare con questa quasi insopportabile intensità, con questa celestiale e terrena grandezza. Primo movimento feroce, più che maestoso, preso (come del resto anche l’Arietta) a un tempo più mosso che in passato, come a fregarsene della mano che invecchia, quando più sopra c’è un cervello animato e appassionato. Non mancano le sbavature, ma sono molte meno che nelle prime due sonate, molte meno di quelle che ci si aspetterebbe da un pianista settantenne che molto ha suonato e vissuto. Un esordio clamoroso. E poi, e poi il miracolo: l’Arietta. Tempo rapido, prima variazione concitata, forse troppo, il ritmo scappa, ecco il Pollini che sembra quasi non resistere alla bellezza della musica, al voler troppo subito suonare quello che segue. Seconda variazione: sembra quasi il suo storico disco degli anni ’70 con le ultime sonate, ma c’è più intensità, c’è l’umana imperfezione. Si va avanti. Si cresce vertiginosamente, tutto sembra finalmente quadrare, la tensione non poteva essere che questa, il tempo non poteva essere un altro: buttate via tutte le altre 111 che avete, non può essere che questa, quella vera. È quasi tutto pronto per quei lunghissimi, infiniti trilli. Arrivano, preceduti da un crescendo magnifico. E sì, sì, il ritmo accelera ancora, ma questa volta sembra inevitabile, ineccepibile: andare a tempo? suvvia, non scherziamo, chi se ne fotte del tempo quando in ballo c’è l’assoluto! Il resto, il crescendo emotivo che precede gli ultimi trilli non ce la faccio nemmeno più a raccontarvelo. È tutto così bello che Pollini non sbaglia più neanche una nota, non si sa come, non si sa chi ci avessero messo su quello sgabello a inizio concerto, tanto fila via liscio, perfetto, questo finale. La perfezione dell’inevitabile, si direbbe, l’unica cosa davvero perfetta che a un uomo sia dato conoscere. Un suono vivissimo, e insieme etereo, quando serve. Appassionato e caldo, rotto solo dal respiro affannoso, partecipe, dell’anziano gigante. Alle cinque del mattino è tutto più bello. Eccole, le ultime note, la ripresa del tema, il disciogliersi di ogni dubbio. E poi quei pochi attimi di silenzio, colmi dell’imbarazzo e del senso di colpa di aver dubitato. Applausi, ovazioni, ce ne dovevano essere altri, lì in sala, a pensarla come me. Quasi mi viene da piangere: come posso aver dubitato di te, Maurizio? Merito di non dormire: poco male, se c’è la tua musica a farmi compagnia mentre faccio penitenza.

Non ho certo intenzione di lasciarvi a bocca asciutta, anzi, mi va oggi più che mai di condividere con voi le emozioni di un ascolto. Ecco dunque le registrazioni delle tre sonate, con una doverosa premessa: vuoi per colpa della trasmissione radiofonica, vuoi per colpa della mia modalità di registrazione (il sito drivecast.eu), le Sonata op.109 e op.111 mancano di qualche battuta iniziale. È un gran peccato, ma non sempre nell’inevitabile c’è proprio tutta la perfezione che serve 🙂
(se qualcuno avesse notizia di registrazioni prive di questo inconveniente, beh, non esitasse a informarmi!)

Sonata op.109
Sonata op.110
Sonata op.111
(download tramite DepositFiles)

un assaggio (e che assaggio!) da youtube:


Buon ascolto!

Schumann, i settant’anni di Pollini, e altre cose strane

5 gennaio 2012

Capita anche che uno si innamori di una certa musica che invece quell’altra volta gli era sembrata bella, sì, ma mica poi così tanto. Succedono cose strane, tipo ieri sera, che non  ti fanno prendere sonno. C’è poi il fatto che Maurizio Pollini compie settant’anni, beato lui, e tu hai promesso di scrivere quattro righe non tanto su Pollini, che mi viene paura solo a pensarci, ma sui suoi dischi. Una discografia ragionata, ma neanche poi tanto, una di quelle fredde cronache da partita di calcio di terza categoria, mica arte. Tra le cose strane che succedono, ce n’è una meno bella e riguarda una persona impazzita. No, non sono io, anche se capisco vi sia sorto il dubbio. C’è questa persona impazzita, c’è questa discografia da tracciare, magari entro domattina che poi sennò è tardi. E allora eccolo lì, quel disco del buon Maurizio – mi perdonasse se lo chiamo così ma mi sembra una via di mezzo tra papà e nonno – quel disco del 1973 con la Sonata in fa# minore di Schumann, op.11 mi sa. È appena finita, dico proprio subito dopo il punto che precede questa frase. Eppure ne ho iniziato a scrivere prima che finisse, perché tanto ho deciso che è bellissima già dopo 15 note del primo movimento. E non avevo ancora ascoltato il secondo, pensate, quella cosa da impazzire, sì, ma di bellezza. Uno si chiede perché Schumann sia impazzito. E cosa doveva succedergli, a uno che ha scritto musica così? Dicevo, questa è musica stupenda, splendida, se volete altri aggettivi cercatevene qualcuno in una qualsiasi recensione, anche di altra musica, tanto i critici sono pagati per gli aggettivi, mica per ascoltare le note e le pause. Quel disco l’ho sempre un po’ snobbato. Non ricordo neppure di averlo comprato, sarà apparso lì tra gli altri per gemmazione. L’ho ascoltato una volta, anni fa, e devo averlo dimenticato in fretta, Schumann non mi faceva impazzire. Mi è successo col Primo concerto di Brahms, non ricordo neppure quando: lo odiavo quasi, e adesso quasi non vivo senza. Niente, ve l’ho detto che succedono cose strane, tipo che tre dei miei pianisti preferiti (Pollini, Brendel e Benedetti Michelangeli), si mettano quasi d’accordo per nascere tutti il 5 gennaio. Non dello stesso anno, che sennò c’era quasi da scomodare i Maya. Il buon Arturo adesso è lì tra le nuvole a suonare Debussy tra i capelli di lino, ma gli altri due sono ancora qui tra noi, e gli dicono di aspettare pure un bel po’, tanto lassù non si stancano mica del programma A e del programma B, li suonasse pure in eterno.

Ce l’ho fatta, poi, a scrivere l’articolo su Maurizio. Solo che dovevo scrivere più o meno un trafiletto sulla discografia, ma c’ho preso gusto e ne è venuta fuori una cronaca fredda, razionale e anche un po’ estenuante sulla sua carriera in disco. Credo anche un po’ pericolosa per la salute di chi legge, ma per il magazine che ospita i miei deliri, giustamente, provo a essere un po’ più distaccato, impersonale, e tutte queste cose qui di cui poi puntualmente mi scordo quando scrivo per me, o per voi, il che è uguale.
E allora visto che siamo tra noi, vi dico quali sono i miei cinque dischi preferiti tra quelli che il buon Maurizio ci ha regalato, anche alla luce delle cose strane di cui sopra:

  • Stravinsky/Prokofiev/Webern/Boulez (1971,1976, 2cd DGG-E4474312)
  • Beethoven: Ultime sonate, nn.28-32 (1975-1977, 2cd DGG-4497402)
  • Chopin: Ballate, Fantasia op.49, Preludio op.45 (1999, 1cd DGG-4596832)
  • Schumann: Sonata op.11 / Schubert: Sonata D845 (1973, 1cd DGG4636762)
  • Chopin: Studi opp.10&25 (1960, pubblicati per la prima volta nel 2011, Testament Records SBT1473)

Il pianoforte ben temperato

29 novembre 2009

Maurizio Pollini suona Bach - Il clavicembalo ben temperato, libro I

Non mi sembrano vere due cose: che io mi sia praticamente dimenticato di questo blog per 4 mesi e mezzo, e che sia finalmente uscito il disco che noi molti ammiratori di Maurizio Pollini stavamo aspettando praticamente da sempre. E’ il Clavicembalo ben temperato di Johann Sebastian Bach, libro I. Già, perché Pollini oltre ad essersela presa molto comoda, ha pensato di registrare solo il primo volume dell’opera, e c’era da aspettarselo, visto che in passato ha proposto solo questa prima parte in pubblico. Poco importa, comunque, data la bellezza di questa musica e data la portata di questo disco. Certamente non vi sarà sfuggito il curioso titolo… beh, mi pare dica tutto. Come spesso accade quando ci si trova davanti all’ennesima registrazione di un lavoro noto, notissimo, e molto registrato, ci si chiede: ma davvero ce n’era bisogno? Davvero un altro pianista doveva registrare il Clavicembalo ben temperato? La domanda, effettivamente, ha più senso se posta in questo modo: davvero un altro pianista doveva registrare un altro Clavicembalo ben temperato?
Ebbene, mi pare che questa volta la risposta possa essere affermativa. Intendiamoci: la razza umana non si sarebbe estinta improvvisamente senza questo disco, ma nulla è tanto necessario quanto si potrebbe credere. Perché dunque questo curioso titolo, “il pianoforte ben temperato”? E’ presto detto: come è noto, la traduzione Clavicembalo ben temperato è poco corretta. La corretta traduzione di “Wohltemperierte Klavier” (originale tedesco) è a tutti gli effetti “La tastiera ben temperata“. Bach presumibilmente scrisse questi 24 Preludi e fughe in tutte le tonalità (mi limito a parlare del primo libro) pensando soprattutto al clavicembalo, ma è evidente che quel “Klavier” (“tastiera”) apra le porte ad esecuzioni su ogni strumento a tastiera. Normalmente l’opera viene eseguita e registrata sul clavicembalo o sul pianoforte e gli appassionati si dividono con passione su quale dei duei strumenti sia più consono all’esecuzione.
Pollini si è interrogato a lungo sulla possibilità di un’esecuzione pianistica che rendesse giustizia all’originale idea bachiana. Evidentemente il grande pianista milanese ha infine deciso che il pianoforte può ben adattarsi al testo scritto dal grande compositore tedesco, ed ha optato per un’esecuzione completamente pianistica, che sfruttasse appieno le possibilità di questo meraviglioso strumento. Molte esecuzioni pianistiche del passato, infatti, tentavano comunque di restare fedeli ad una certa idea clavicembalistica o comunque strizzavano l’occhio a sonorità non totalmente pianistiche. E’ il caso della grande esecuzione di Glenn Gould, straordinaria per purezza ed originalità, ma poco unitaria, almeno nell’opinione di chi scrive. Nell’ascolto del primo libro del Clavicembalo ben temperato suonato da Gould si ha l’impressione di essere davanti a coppie di preludi e fughe sensazionali, ma distanti l’un l’altro, totalmente slegati. Diversa è l’impressione che si ha all’ascolto dell’incisione (pessima da un punto di vista di qualità del suono) di Sviatoslav Richter: si sente il respirò dell’unitarietà dell’opera, si respira l’aria polifonica di ogni pagina. Eppure forse Richter in alcuni casi non trova i picchi di assoluta brillantezza che solo Gould ha saputo individuare. Altre esecuzioni pianistiche hanno fatto scuola: le due (ma soprattutto la prima, mono) di Rosalyn Tureck, dipinte, più che suonate, tanto sono ammirevoli i colori che la pianista (e clavicembalista) statunitense ha saputo tracciare, pur con scelte discutibili soprattutto nei tempi. E che dire della strabiliante perfezione tecnica di Friedrich Gulda? Davvero la sua incisione è preziosa per rigore tecnico e candore sonoro, la polifonia risalta naturalmente, grazie all’evidenziazione delle varie voci con la dinamica pianistica. Niente concessioni al pedale, invece, probabilmente per restare ancora un po’ ancorati alla visione tradizionale clavicembalistica. Prima di passare a Pollini, voglio ricordare ancora brevemente la prima incisione assoluta dell’opera, quella di Edwin Fischer, pienamente pianistica. Siamo negli anni ’30, e tutti questi anni non si sentono proprio. Neanche dal punto di vista sonoro, l’incisione è degna di dischi di metà anni ’40 almeno, in quanto a qualità. Forse anche a causa dell’allora nascente moda delle registrazioni, Fischer ci dona un Clavicembalo ben temperato spontaneo e molto autentico, sincero. Come dicevo poco fa, è pienamente pianistico, sorprendentemente moderno. Non voglio comunque tralasciare almeno una menzione per Gustav Leonhardt, autore di una meravigliosa incisione al clavicembalo.

Infine eccoci arrivare a Pollini. Una piccola premessa: Maurizio Pollini è universalmente noto per la sua rigida fedeltà al testo, che per alcuni è finanche troppo esagerata. Altri lo vedono come un pianista sostanzialmente freddo e monocorde. Anche la musica di Bach, pensate voi, è da alcuni tacciata di freddezza. Dunque un Clavicembalo ben temperato suonato da Pollini potrebbe senz’altro spaventare i più schierati. Già me li vedo, con la sciarpa ben stretta attorno al collo, che si proteggono come possono da quest’ondata di gelo particolarmente pesante. Però poi aprono la porta, escono sull’uscio e vengono sorpresi da un’ondata di calore intensa ed inaspettata. Splende il sole, c’è l’arcobaleno, e sembra la più calda, colorata ed appassionata estate.
Ed è questo ciò che si prova all’ascolto di questo Bach di Pollini, fin dal celeberrimo Preludio in Do maggiore. Pollini suona il primo preludio di getto, con un bellissimo suono legato. Il ritmo è incalzante, la dinamica è varia e raffinata, pur nella apparente semplicità di questa prima pagina. Il pianoforte ben temperato, si diceva: qui non ci sono rimandi, ammiccamenti, Pollini sfrutta il pianoforte e le sue possibilità espressive, abbonda nell’uso del pedale (forse anche troppo, come gli capita ultimamente, ma chi sono per sindacare questo?) e nei contrasti dinamici. Niente filologia, è questo probabilmente il Clavicembalo ben temperato più appassionato che si possa ascoltare. Ed il bello è che non si può comunque dire che Pollini non rispetti le indicazioni del compositore: infatti non esegue alcun abbellimento, si limita solo a leggere la musica scritta da Johann Sebastian Bach di suo pugno. I tempi sono spesso veloci, a volte tiratissimi, ma mai si ha l’impressione di tempi troppo spinti, tutto è davvero naturale in questa incisione, tutto sembra così inevitabile che al terzo o quarto ascolto, provando a tornare a qualche altra registrazione, sembra di ascoltare qualcosa di troppo diverso. C’è un’altra novità: Pollini canta, letteralmente. Già nel suo più recente Chopin e nelle Sonate op.2 di Beethoven le registrazioni erano “disturbate” dai profondi respiri del pianista, ma in questo caso si sente proprio il canto. Non ci credete? Ascoltate la Fuga in Lab maggiore! Se non ci fosse un abisso stilistico, sembrerebbe quasi di ascoltare Glenn Gould. Veniamo ad un altro punto a favore di questa incisione: gli straordinari colori che Pollini riesce a trovare in alcuni brani. E’ ad esempio il caso del Preludio e Fuga in Fa# maggiore o del Preludio in Sol minore. Una rivelazione.
Ma un’idea si fa largo nella mia mente quando ho appena iniziato l’ascolto del secondo disco, precisamente durante l’ascolto delle battute finali della Fuga in Sol maggiore: questo è il Clavicembalo ben temperato tanto amato e ammirato da Beethoven. E’ ormai una certezza, e per convincermene ancor di più mi basta tornare col pensiero ai meravigliosi momenti di tensione della già citata Fuga in Sol maggiore (la risoluzione sul trillo ad 1:57 secondi è qualcosa di straordinario), oppure la grandiosa Fuga in Si minore che chiude il primo libro. Durante l’intera esecuzione dell’opera si respira la maestosità che normalmente viene subito alla mente quando si ascolta Beethoven.
Mi rendo conto di aver scritto davvero molto, probabilmente anche in toni troppo agiografici. E dunque voglio anche muovere alcune piccole critiche a questo disco, che pure scalza l’incisione di Gould dalla vetta della mia personalissima classifica (cosa odiosa, lo so). Prima critica: la qualità dell’incisione non è all’altezza di quella interpretativa, e purtroppo accade ultimamente con i dischi di Pollini. Forse è colpa dell’eccessivo uso del pedale di risonanza, oppure dello studio di registrazione, non saprei, ma mi pare un dato di fatto: c’è troppo riverbero, anche se meno di quanto ce n’era nei Notturni di Chopin. Comunque ci si fa presto l’orecchio. Anche a causa di questo eccessivo riverbero a volte risulta meno chiaro che in altre incisioni l’intreccio polifonico, soprattutto se non lo si conosce già molto bene; questa è una colpa che alcuni imputano a Pollini, e sicuramente è una critica degna di nota se si parla di un’opera che si fonda sulla polifonia come il Clavicembalo ben temperato. Altri inoltre hanno affermato che l’eccessivo impeto di alcune interpretazioni contenute nel disco possa a volte creare oscillazioni nel tempo troppo marcate. Francamente quest’ultima critica mi pare un po’ campata in aria.
Quello che secondo me resta alla fine di questo lungo discorso è la grande lettura di un grande pianista, da alcuni reputato troppo freddo o razionale, che riesce invece a registrare quello che probabilmente è il Clavicembalo ben temperato più vivo ed emozionante che io abbia mai ascoltato. Il “vecchio” e romantico Pollini, mi verrebbe da dire, che davvero era difficile aspettarsi ad inizio carriera.
Tempo fa leggevo una frase del genere sul pianista milanese: quando si va ad ascoltare un grande pianista si va ad ascoltare il suo Mozart, il suo Beethoven, quando si va ad ascoltare Pollini si va ad ascoltare Mozart, Beethoven. Molti non saranno d’accordo con un’estensione di questa frase a Bach: effettivamente il Bach di Pollini è diverso dal Bach tradizionalmente eseguito; come dicevo più sopra, potrebbe probabilmente essere vicino al Bach immaginato da Beethoven. Però mi piace pensare, viste le emozioni che questo disco mi ha regalato, che il Bach di Pollini, così profondamente moderno, suonato su uno strumento che Bach non conosceva in quanto tale, sarebbe stato il Bach voluto da Bach in persona.

Ringraziandovi per l’attenzione e la pazienza, vi lascio con l’ascolto dei brani che aprono il primo e il secondo disco, rispettivamente: Preludio e Fuga in Do maggiore e Preludio e Fuga in Fa# maggiore.

Buon ascolto!


Rosalyn TureckRo

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