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Kleiber, Celibidache e quel telegramma di Toscanini dal Paradiso

6 luglio 2011

Carlos Kleiber ed Herbert von Karajan

Leggerei questa storia per metà dell’eternità e poi mi piacerebbe passare l’altra metà a raccontarla a chi ama la musica, nella speranza di vedere negli occhi di chi ascolta il divertimento che forse riempie i miei. No, forse no, ma era bello scriverlo. I protagonisti dell’aneddoto che vi racconto oggi sono Carlos Kleiber, direttore tanto grande quanto riservato, e Sergiu Celibidache, altro grande direttore, molto meno riservato, pieno di giudizi non proprio lusinghieri su praticamente tutti i suoi colleghi. Nessuno escluso, forse De Sabata.
Nel 1989 Celibidache rilascia un’intervista velenosissima nella quale dice cose pesantine su alcuni colleghi, quasi tutti morti. L’unico ancora in vita è Herbert von Karajan, il direttore più celebre del secolo, osannato a destra e manca, ma anche aspramente criticato per alcune scelte e per alcune idee sulla gestione del rapporto con l’orchestra. Tra Celibidache e Karajan la frattura è sempre stata netta, fin da quando i filarmonici di Berlino, dopo un’astuta mossa di Karajan, scartarono il rumeno Sergiu per la successione a Furtwaengler, e scelsero proprio l’astro nascente Herbert. Celibidache, che riferisce anche di essere un adepto del buddismo zen, dice senza problemi la sua opinione sugli illustri colleghi del novecento: Toscanini è “una fabbrica di note”, Boehm “un sacco di patate che non ha diretto una sola battuta di musica in vita sua”, Knappertsbusch “uno scandalo” (“totalmente non-musicale”), Furtwaengler un “pessimo direttore”; e poi ecco la stoccata finale a Karajan: “tremendo, o è un ottimo uomo d’affari, o è sordo”.

Carlos Kleiber, pur nella sua estrema riservatezza (non ha mai concesso interviste), grandissimo ammiratore di Karajan, scrive di suo pugno una lettera al Der Spiegel, che aveva pubblicato l’intervista di Celibidache. Nella lettera afferma di aver ricevuto un telegramma di Arturo Toscanini direttamente dal Paradiso, da consegnare come risposta a Celibidache. Lo ammetto: ho sempre avuto il sospetto che sia stato lo stesso Kleiber a scrivere il telegramma di suo pugno, ma non ho prove, quindi non voglio sbilanciarmi.
Ecco il testo del telegramma di Toscanini, ricevuto da Kleiber e inviato per risposta a Celibidache:

Telegramma di Toscanini (Cielo) a Celibidache (terra)

Caro Sergiu!
abbiamo letto di te sullo Spiegel. Ci stai sui nervi, ma ti perdoniamo. Non ci resta mica altro da fare: qui su il perdono è di bon ton.
Karli-saccodipatate (Karl Boehm, nota mia) se l’è presa mica poco ma siccome Kna (Knappertsbusch) ed io gli abbiamo assicurato che è molto musicale, a quel punto ha smesso di lamentarsi. Wilhelm (Furtwaengler) ha dichiarato seccamente che di te non ha mai sentito parlare. Papà Joseph (Haydn), Wolfgang Amadeus, Ludwig, Johannes (Brahms) e Anton (Bruckner) dicono di preferire i secondi violini a destra e che i tuoi tempi sono tutti cannati. Ma non è che possono tanto occuparsi di cagate. Qui su non ci si può trastuallare con le cagate, il Boss non vuole. Un maestro Zen che sta qui vicino ha detto che tu di Buddismo Zen non hai mai capito un accidente. Bruno (Walter) si è mezzo ammmazzato dal ridere leggendo i tuoi pensieri. Ho il sospetto che condivida il tuo giudizio su me e su Karli: forse potresti spararne qualcuna anche su di lui, che sennò si sente escluso… Mi spiace molto di doverti dire che qui su siamo tutti pazzi di Herbert (von Karajan): i direttori d’orchestra ne sono anche un po’ invidiosi. Non vediamo l’ora di accoglierlo qui su fra noi fra quindici o vent’anni… Peccato tu non possa essere qui fra noi. Ma si dice che là dove andrai a finire si bollisce meglio e le orchestre provano senza mai fermarsi. Fanno anche errori apposta, così tu potrai correggerli per l’Eternità. Sono certo che ti piacerà un sacco, Sergiu.
Qui su gli Angeli leggono direttamente negli occhi dei compositori, noi direttori ci limitiamo ad ascoltare.
Dio solo sa come sono finito qui.

Il tuo caro Arturo ti augura buon divertimento.

Quei 74 minuti e 33 secondi del Compact Disc

16 maggio 2009
Bernstein e Karajan alla presentazione del Compact Disc

Karajan alla presentazione del compact-disc

(Aggiornamento: l’articolo era un po’ vecchiotto e aveva qualche imprecisione. Ho pensato allora di riscriverlo, questa volta per Il Corriere Musicale. Lo trovate qui.)

Ci si potrebbe chiedere che razza di scelta sia quella dei 74 minuti e 33 secondi per la capacità di memorizzazione dei compact disc audio. Non si poteva fare 75? Come mai si passò dai 60 inizialmente previsti a questi strani 74:33?

Beh, la storia è un po’ complicata, è spesso citata come una leggenda, ma ci sono molti indizi che ne confermano la veridicità. Consiglio caldamente di evitare di credere a quanto scritto su Wikipedia. Soprattutto, fino a poco tempo fa era possibile leggere sul sito del comparto di ricerca della Philips un articolo che spiegava nel dettaglio i perché della scelta che confermava pienamente quanto sto per scrivere. Per fortuna, nonostante quell’articolo non sia più on-line, è consultabile in rete un contributo apparso sull’IEEE Information Theory Newsletter, che riporto in fondo.

Vediamo, molto brevemente, di ripercorrere le tappe fondamentali della nascita di questo importante formato di mermorizzazione musicale (e non solo). La Philips, già nei primi anni’70, era alla ricerca di un nuovo formato di memorizzazione. C’erano molte strade aperte, soprattutto grazie alla nuova tecnologia digitale. Nonostante la nuova tecnologia fosse promettente, però, molti erano convinti che l’analogico fosse ancora la scelta migliore, soprattutto in virtù della (massima) qualità alla quale si era giunti in quel periodo. Pochi anni dopo, a fine anni ’70 (siamo tra ’78 e ’79) alla Philips si aggiunse la Sony, in una quasi incredibile joint-venture finalizzata alla definizione di uno standard condiviso per il nuovo formato. Molti erano i parametri da scegliere, e i due team di ricercatori facevano proposte spesso contrastanti. Solo su una sembrava esserci già da subito un accordo di massima: la capacità di 60 minuti di registrazione. A questi 60 minuti, mediante varie tipologia di codifica, seguivano le proposte di un certo diametro per il compact disc: Philips spingeva per i 115 mm e Sony per i 100 mm, quasi certamente pensando già allo sviluppo di lettori portatili. Poi, improvvisamente, ad inizio 1980 la capacità fu modificata in 74 minuti e 33 secondi, un dato completamente inusuale: i 60 minuti erano pensati per andare oltre la capacità di un LP e sembravano sufficienti per poter stipare anche le registrazioni più lunghe (opere, ad esempio) su più dischi, mantenendo comunque contenuta la dimensione del supporto fisico. La motivazione di questo cambiamento, riportata nell’articolo sul sito Philips e citata nell’articolo che trovate in fondo, è piuttosto semplice: “Il tempo di riproduzione fu determinato da Beethoven“, seppur dopo la sua morte. La moglie di Norio Ohga, vice presidente della Sony, suggerì al marito di scegliere (per il nuovo formato) una capacità che ben si sposasse con uno dei brani di musica classica più noti: la nona sinfonia di Beethoven. Norio Ohga, che aveva studiato al Conservatorio di Berlino, probabilmente non fu dispiaciuto di questo consiglio, che tra l’altro consentì di tornare a riflettere su altri problemi che riguardavano altri parametri importanti da decidere per il compact disc. In particolare, la versione considerata ai tempi “di riferimento” per la nona era l’incisione del 1977 di Herbert von Karajan con i Berliner Philharmoniker, circa 66 minuti di musica. E’ bene notare che Karajan fu impegnatissimo nello sviluppo di questa nuova tecnologia, come sempre nella sua carriera attento alla possibilità di diffondere la sua opera nel miglior modo possibile. Si pensò allora di controllare quale fosse l’incisione più lunga della nona sinfonia di Beethoven. La risposta si ottenne quasi subito: fu facile trovare la celebre incisione di Wilhelm Furtwaengler, registrata dal vivo a Beyreuth nel 1951. Alcune fonti affermano che questa celebre registrazione fosse anche la preferita dalla moglie del vice-presidente della Sony. L’interpretazione era particolarmente lunga, ben più dei soliti 68-70 minuti usuali all’epoca. Tuttavia la fama di Furtwaengler e di questa incisione erano così grandi che i74 minuti e 25 secondi della registrazione (più le pause tra le tracce) furono scelti come standard per il compact disc. Per memorizzare una tale quantità di musica era necessario aumentare il diametro del supporto agli attuali 120 mm. Nella realtà dei fatti, comunque, ci fu certamente qualche altro motivo molto importante che permise una simile scelta. Il più probabile di questi è che la Sony spingesse per i 120 mm sapendo che la Philips aveva già preparato tutti i mezzi necessari alla fabbricazione dei supporti da 115 mm ed era dunque molto avanti. E’ allora facilmente ipotizzabile che pur di tornare in una condizione di parità, la Sony spinse per una capacità di registrazione maggiore, nonostante probabilmente non fosse questo (ma piuttosto la disparità tecnologica con Philips) il motivo alla base della proposta. Fatto sta che furono effettivamente 74 i minuti e 33 i secondi scelti per la capacità del disco, seppure fino al 1988 non fosse possibile sfruttarli pienamente per ragioni tecnologiche.

Ecco l’articolo che citavo più sopra:
Shannon, Beethoven, and the Compact Disc, apparso nel 2007 sull’IEEE Information Theory Newsletter.


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