Posts Tagged ‘Friedrich Gulda’

Un cappuccino con Gulda

7 luglio 2013
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Friedrich Gulda, in versione impegnata.

Sorseggiando un cappuccino non troppo buono (due stelle su tre, via, latte troppo caldo, e non dei migliori), leggevo una rivista di Jazz e dintorni: Musica Jazz di marzo, se non sbaglio. C’era quest’articolo molto bello su uno dei grandi pianisti del secolo andato, Friedrich Gulda. Un pazzo, fondamentalmente, forse un genio, sicuramente un talento straordinario e incredibilmente versatile, visto che dopo un po’ di anni dedicati unicamente alla classica, aveva deciso di aprirsi alle contaminazioni più disparate: dal jazz, al blues, fino all’indefinibile. Era anche ringiovanito: sembrava più vecchio nei filmati degli anni cinquanta, in bianco e nero, che in quelli degli anni ottanta. Venerava quasi divinamente Mozart, tanto da riuscire a morire proprio il 27 gennaio, ma non aveva grossi problemi a proporre al pubblico in visibilio certe sue Variazioni su Light my fire dei Doors. Poi, a un certo punto, dopo una carriera tanto incredibile quanto stravagante, ma costantemente tenutasi su livelli altissimi, era impazzito oltre la pazzia: aveva iniziato a darsi alla musica dance, alla discomusic, tanto da tirar fuori un disco – faccio fatica a scriverlo – il cui titolo è Summer Dance. Proprio così, Summer Dance. C’è qualcosa su youtube, ma io preferisco ricordarlo con altro. La spiegazione, il perché di questo senile voler prestare il suo tocco incredibile a quella musica là, l’ho letta oggi in fondo all’articolo, mentre il cappuccino si raffreddava, inesorabilmente, dimenticato lì sul bancone. Mi sembra dica tantissimo, in generale, su quanto anche i geni siano umani e possano teneramente rincoglionire come fanno le persone normali – anzi, standard, per tornare al jazz – con le badanti dell’est, arrivati a una certa età. L’articolo, di cui non ricordo l’autore, abbiate pazienza diceva più o meno così:

Gulda non è mai stato vecchio e non lo sarà mai. C’è di mezzo, piuttosto, il suo amore per una delle cubiste. Non faccio gossip a buon mercato. Il cd Summer Dance della Paradise Production di Gulda, era dedicato con tanto di firma a ‘Polou, chica meravillosa, luz y vida de mis anos tardos’. Succede.

Comunque, Gulda aveva scritto anche cose bellissime. Come questa Aria.
Che è tutto un altro ricordarlo.

Il pianoforte ben temperato

29 novembre 2009

Maurizio Pollini suona Bach - Il clavicembalo ben temperato, libro I

Non mi sembrano vere due cose: che io mi sia praticamente dimenticato di questo blog per 4 mesi e mezzo, e che sia finalmente uscito il disco che noi molti ammiratori di Maurizio Pollini stavamo aspettando praticamente da sempre. E’ il Clavicembalo ben temperato di Johann Sebastian Bach, libro I. Già, perché Pollini oltre ad essersela presa molto comoda, ha pensato di registrare solo il primo volume dell’opera, e c’era da aspettarselo, visto che in passato ha proposto solo questa prima parte in pubblico. Poco importa, comunque, data la bellezza di questa musica e data la portata di questo disco. Certamente non vi sarà sfuggito il curioso titolo… beh, mi pare dica tutto. Come spesso accade quando ci si trova davanti all’ennesima registrazione di un lavoro noto, notissimo, e molto registrato, ci si chiede: ma davvero ce n’era bisogno? Davvero un altro pianista doveva registrare il Clavicembalo ben temperato? La domanda, effettivamente, ha più senso se posta in questo modo: davvero un altro pianista doveva registrare un altro Clavicembalo ben temperato?
Ebbene, mi pare che questa volta la risposta possa essere affermativa. Intendiamoci: la razza umana non si sarebbe estinta improvvisamente senza questo disco, ma nulla è tanto necessario quanto si potrebbe credere. Perché dunque questo curioso titolo, “il pianoforte ben temperato”? E’ presto detto: come è noto, la traduzione Clavicembalo ben temperato è poco corretta. La corretta traduzione di “Wohltemperierte Klavier” (originale tedesco) è a tutti gli effetti “La tastiera ben temperata“. Bach presumibilmente scrisse questi 24 Preludi e fughe in tutte le tonalità (mi limito a parlare del primo libro) pensando soprattutto al clavicembalo, ma è evidente che quel “Klavier” (“tastiera”) apra le porte ad esecuzioni su ogni strumento a tastiera. Normalmente l’opera viene eseguita e registrata sul clavicembalo o sul pianoforte e gli appassionati si dividono con passione su quale dei duei strumenti sia più consono all’esecuzione.
Pollini si è interrogato a lungo sulla possibilità di un’esecuzione pianistica che rendesse giustizia all’originale idea bachiana. Evidentemente il grande pianista milanese ha infine deciso che il pianoforte può ben adattarsi al testo scritto dal grande compositore tedesco, ed ha optato per un’esecuzione completamente pianistica, che sfruttasse appieno le possibilità di questo meraviglioso strumento. Molte esecuzioni pianistiche del passato, infatti, tentavano comunque di restare fedeli ad una certa idea clavicembalistica o comunque strizzavano l’occhio a sonorità non totalmente pianistiche. E’ il caso della grande esecuzione di Glenn Gould, straordinaria per purezza ed originalità, ma poco unitaria, almeno nell’opinione di chi scrive. Nell’ascolto del primo libro del Clavicembalo ben temperato suonato da Gould si ha l’impressione di essere davanti a coppie di preludi e fughe sensazionali, ma distanti l’un l’altro, totalmente slegati. Diversa è l’impressione che si ha all’ascolto dell’incisione (pessima da un punto di vista di qualità del suono) di Sviatoslav Richter: si sente il respirò dell’unitarietà dell’opera, si respira l’aria polifonica di ogni pagina. Eppure forse Richter in alcuni casi non trova i picchi di assoluta brillantezza che solo Gould ha saputo individuare. Altre esecuzioni pianistiche hanno fatto scuola: le due (ma soprattutto la prima, mono) di Rosalyn Tureck, dipinte, più che suonate, tanto sono ammirevoli i colori che la pianista (e clavicembalista) statunitense ha saputo tracciare, pur con scelte discutibili soprattutto nei tempi. E che dire della strabiliante perfezione tecnica di Friedrich Gulda? Davvero la sua incisione è preziosa per rigore tecnico e candore sonoro, la polifonia risalta naturalmente, grazie all’evidenziazione delle varie voci con la dinamica pianistica. Niente concessioni al pedale, invece, probabilmente per restare ancora un po’ ancorati alla visione tradizionale clavicembalistica. Prima di passare a Pollini, voglio ricordare ancora brevemente la prima incisione assoluta dell’opera, quella di Edwin Fischer, pienamente pianistica. Siamo negli anni ’30, e tutti questi anni non si sentono proprio. Neanche dal punto di vista sonoro, l’incisione è degna di dischi di metà anni ’40 almeno, in quanto a qualità. Forse anche a causa dell’allora nascente moda delle registrazioni, Fischer ci dona un Clavicembalo ben temperato spontaneo e molto autentico, sincero. Come dicevo poco fa, è pienamente pianistico, sorprendentemente moderno. Non voglio comunque tralasciare almeno una menzione per Gustav Leonhardt, autore di una meravigliosa incisione al clavicembalo.

Infine eccoci arrivare a Pollini. Una piccola premessa: Maurizio Pollini è universalmente noto per la sua rigida fedeltà al testo, che per alcuni è finanche troppo esagerata. Altri lo vedono come un pianista sostanzialmente freddo e monocorde. Anche la musica di Bach, pensate voi, è da alcuni tacciata di freddezza. Dunque un Clavicembalo ben temperato suonato da Pollini potrebbe senz’altro spaventare i più schierati. Già me li vedo, con la sciarpa ben stretta attorno al collo, che si proteggono come possono da quest’ondata di gelo particolarmente pesante. Però poi aprono la porta, escono sull’uscio e vengono sorpresi da un’ondata di calore intensa ed inaspettata. Splende il sole, c’è l’arcobaleno, e sembra la più calda, colorata ed appassionata estate.
Ed è questo ciò che si prova all’ascolto di questo Bach di Pollini, fin dal celeberrimo Preludio in Do maggiore. Pollini suona il primo preludio di getto, con un bellissimo suono legato. Il ritmo è incalzante, la dinamica è varia e raffinata, pur nella apparente semplicità di questa prima pagina. Il pianoforte ben temperato, si diceva: qui non ci sono rimandi, ammiccamenti, Pollini sfrutta il pianoforte e le sue possibilità espressive, abbonda nell’uso del pedale (forse anche troppo, come gli capita ultimamente, ma chi sono per sindacare questo?) e nei contrasti dinamici. Niente filologia, è questo probabilmente il Clavicembalo ben temperato più appassionato che si possa ascoltare. Ed il bello è che non si può comunque dire che Pollini non rispetti le indicazioni del compositore: infatti non esegue alcun abbellimento, si limita solo a leggere la musica scritta da Johann Sebastian Bach di suo pugno. I tempi sono spesso veloci, a volte tiratissimi, ma mai si ha l’impressione di tempi troppo spinti, tutto è davvero naturale in questa incisione, tutto sembra così inevitabile che al terzo o quarto ascolto, provando a tornare a qualche altra registrazione, sembra di ascoltare qualcosa di troppo diverso. C’è un’altra novità: Pollini canta, letteralmente. Già nel suo più recente Chopin e nelle Sonate op.2 di Beethoven le registrazioni erano “disturbate” dai profondi respiri del pianista, ma in questo caso si sente proprio il canto. Non ci credete? Ascoltate la Fuga in Lab maggiore! Se non ci fosse un abisso stilistico, sembrerebbe quasi di ascoltare Glenn Gould. Veniamo ad un altro punto a favore di questa incisione: gli straordinari colori che Pollini riesce a trovare in alcuni brani. E’ ad esempio il caso del Preludio e Fuga in Fa# maggiore o del Preludio in Sol minore. Una rivelazione.
Ma un’idea si fa largo nella mia mente quando ho appena iniziato l’ascolto del secondo disco, precisamente durante l’ascolto delle battute finali della Fuga in Sol maggiore: questo è il Clavicembalo ben temperato tanto amato e ammirato da Beethoven. E’ ormai una certezza, e per convincermene ancor di più mi basta tornare col pensiero ai meravigliosi momenti di tensione della già citata Fuga in Sol maggiore (la risoluzione sul trillo ad 1:57 secondi è qualcosa di straordinario), oppure la grandiosa Fuga in Si minore che chiude il primo libro. Durante l’intera esecuzione dell’opera si respira la maestosità che normalmente viene subito alla mente quando si ascolta Beethoven.
Mi rendo conto di aver scritto davvero molto, probabilmente anche in toni troppo agiografici. E dunque voglio anche muovere alcune piccole critiche a questo disco, che pure scalza l’incisione di Gould dalla vetta della mia personalissima classifica (cosa odiosa, lo so). Prima critica: la qualità dell’incisione non è all’altezza di quella interpretativa, e purtroppo accade ultimamente con i dischi di Pollini. Forse è colpa dell’eccessivo uso del pedale di risonanza, oppure dello studio di registrazione, non saprei, ma mi pare un dato di fatto: c’è troppo riverbero, anche se meno di quanto ce n’era nei Notturni di Chopin. Comunque ci si fa presto l’orecchio. Anche a causa di questo eccessivo riverbero a volte risulta meno chiaro che in altre incisioni l’intreccio polifonico, soprattutto se non lo si conosce già molto bene; questa è una colpa che alcuni imputano a Pollini, e sicuramente è una critica degna di nota se si parla di un’opera che si fonda sulla polifonia come il Clavicembalo ben temperato. Altri inoltre hanno affermato che l’eccessivo impeto di alcune interpretazioni contenute nel disco possa a volte creare oscillazioni nel tempo troppo marcate. Francamente quest’ultima critica mi pare un po’ campata in aria.
Quello che secondo me resta alla fine di questo lungo discorso è la grande lettura di un grande pianista, da alcuni reputato troppo freddo o razionale, che riesce invece a registrare quello che probabilmente è il Clavicembalo ben temperato più vivo ed emozionante che io abbia mai ascoltato. Il “vecchio” e romantico Pollini, mi verrebbe da dire, che davvero era difficile aspettarsi ad inizio carriera.
Tempo fa leggevo una frase del genere sul pianista milanese: quando si va ad ascoltare un grande pianista si va ad ascoltare il suo Mozart, il suo Beethoven, quando si va ad ascoltare Pollini si va ad ascoltare Mozart, Beethoven. Molti non saranno d’accordo con un’estensione di questa frase a Bach: effettivamente il Bach di Pollini è diverso dal Bach tradizionalmente eseguito; come dicevo più sopra, potrebbe probabilmente essere vicino al Bach immaginato da Beethoven. Però mi piace pensare, viste le emozioni che questo disco mi ha regalato, che il Bach di Pollini, così profondamente moderno, suonato su uno strumento che Bach non conosceva in quanto tale, sarebbe stato il Bach voluto da Bach in persona.

Ringraziandovi per l’attenzione e la pazienza, vi lascio con l’ascolto dei brani che aprono il primo e il secondo disco, rispettivamente: Preludio e Fuga in Do maggiore e Preludio e Fuga in Fa# maggiore.

Buon ascolto!


Rosalyn TureckRo

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