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Davide Cabassi – I – Dancing with the orchestra

24 febbraio 2010

Il pianista Davide Cabassi

Cari amici, torno oggi a scrivere dopo un periodo di latitanza un po’ troppo lungo. Forse siete rimasti pochi a seguire questo blog davvero troppo poco aggiornato, ma spero di fare cosa gradita parlando oggi di un bravissimo pianista italiano: Davide Cabassi.

Ho intenzione di recensire, uno per volta (quindi mi ci vorranno anni, dati i miei ritmi) tutti i suoi dischi fin’ora pubblicati. Non sono poi molti, quattro o cinque, tutti di grande livello e dal programma quantomeno ricercato.

Davide Cabassi è un ragazzone milanese poco più che trentenne, noto per aver partecipato con grande successo al Concorso pianistico intenazionale Van Cliburn, nel 2005. In quella occasione arrivò tra i finalisti dando prova di grandissime qualità in settori piuttosto variegati del repertorio pianistico.

Oggi mi voglio occupare del suo primo disco: Dancing with the orchestra, danzando con l’orchestra.

Le composizioni incise sono di Bartok, di de Falla, di Stravinskij e di Ravel. Tutte trascrizioni, alcune fatte dal compositore in persona, su richiesta o meno.
Mi trovo in difficoltà nel fornire un parere sull’interpretazione. O meglio, mi trovo in difficoltà nel fornire un qualche paragone, visto che non avevo mai ascoltato metà dei brani presenti in questo disco.
Ma forse, anzi, sicuramente, è meglio.

Per me la Suite Sz77 di Bartok è stata una scoperta, non la conoscevo affatto. Non sono un grande conoscitore della musica di Bartok (anzi, ne so davvero poco), ma non mi stupirei se questa suite fosse una delle opere più celebrate del compositore, anche solo nel suo genere. La scrittura, per quanto poco io ne capisca, ha un sapore molto novecentesco. Mi è venuto in mente, in alcuni momenti dell’ascolto, Alban Berg, nella sua lotta interiore tra il sapore del nuovo e il fascino dell’antico. Ma poi del resto non c’entra niente, ne sono sicuro. Mi è venuto in mente inoltre, e c’entra ancor meno, un brano ipnotico in 5/4 di Tim Buckley, Lorca. Non saprei cos’altro scrivere, nonostante alcuni ascolti non riesco ancora a formulare un pensiero compiuto su questa Suite che non sia uno sterile elogio come quello prodotto più sopra.

Così come per Bartok, eccomi ora alle prese con de Falla. Cabassi suona tre pezzi dal balletto El Amor brujo. Tre pezzi stupendi, soprattutto la Danza del fuoco rituale. Non sfugge, evidentemente, l’accostamento con i tre pezzi da Petrouchka di Stravinskij che aprono il disco. Senz’altro siamo molto distanti, come pure distanti sono la musica russa e la musica spagnola, ma ci sono alcuni elementi in comune da non dimenticare. Intanto mi pare che la scrittura sia simile in alcune cose: ci sono cambi di tempi, è accentuatissima la componente ritmica (del resto siamo in un balletto) e nonostante questo non manca il canto. Avevo avvicinato de Falla in passato, quando mi dilettavo alla chitarra, e mi era piaciuto molto: non posso non confermare il giudizio.

Il buon Cabassi aiuta il mio giudizio positivo di questi due brani. Senza ricorrere alle perifrasi e alle iperboli tipiche della critica musicale: suona veramente benissimo. Brillante quando serve, attento e cauto nei momenti più intimi. Molto convincente la cantabilità, sicuramente fondamentale in questi brani. Una sola pecca: Cabassi… taglia le unghie!

Ma veniamo al primo pezzo forte del disco: i tre movimenti da Petrouchka. Inutile dirvi quale sia la mia interpretazione di riferimento. Ma sì, ve lo dico ugualmente: il buon San Maurizio, in uno dei suoi primi dischi (forse il primo per DG, inizio anni ’70). Era un altro Pollini, sicuramente più preciso ed “esatto” dell’attuale. Non stupisce dunque che il suo Stravinskij sia perfetto tecnicamente e virtuosisticamente. Stravinskij, nella sua trascrizione pianistica di questi tre movimenti da Petrouchka, ha evidentemente voluto dare ai tre brani un sapore pianistico diverso da quello orchestrale. Mi spiego: non sembra una trascrizione, ma un arrangiamento pianistico che evidenzi i colori del balletto, che tiri fuori il sapore russo del tutto. Del resto è un brano anche virtuosistico, questo è innegabile. A questo punto due sono le possibili strade interpretative: quella prettamente virtuosistica, scelta da Pollini (che però non ne fa sicuramente solo una valanga di note, intendiamoci), oppure questa di Cabassi, più meditata, più interpretata. Cabassi afferma nettamente il carattere danzante, è meno interessato all’aspetto virtuosistico. Tecnicamente, soprattutto ai tempi scelti dal vecchio maestro, Pollini resta insuperato, per come riesce ad aggirare alcuni ostacoli nella scrittura, ma la lettura di Cabassi va oltre, permette di sentirsi in Russia, come solo nei grandi capolavori dell’arte russa accade. E non è poco. Una lettura eccezionale.

Vi stupirò: conoscevo poco anche La Valse di Ravel. Ascoltata qualche volta, mi era piaciuta, ma non mi aveva mai appassionato particolarmente. Quanto sbagliavo! Dunque è stato molto l’interesse che mi ha avvicinato a questa versione pianistica. La prima cosa che mi ha colpito è stato il tempo leggermente più largo di quanto mi sarei aspettato. Ma magari era solo la mia interpretazione di riferimento a mandarmi fuori strada. Se La Valse va intesa come una tributo al valzer, allora siamo davanti ad un grande tributo. Ovviamente non c’è solo il valzer, anzi, di valzer ce n’è davvero poco. Gli echi straussiani si sentono, sicuramente, ma sono echi, nient’altro. La danza qui si confonde nelle nuvole citate da Ravel stesso nella sua descrizione del brano; le stesse nuvole che pian piano scompaiono per lasciare la possibilità alla luce di illuminare la danza. Eccezionale, eccezionale. Stupenda l’interpretazione di Cabassi, mai (e dico mai) banale, in nessun momento, riesce sempre ad essere convincente nella pur impossibile operazione di sostituire il pianoforte alla variegata orchestra richiesta dal brano originale. O forse, data l’incredibile ricchezza di questa versione pianistica, si potrebbe dire il contrario. L’esecuzione è tesissima nei momenti cupi, ma vigorosamente liberatoria quando finalmente la danza ha la meglio. Dev’essere davvero complesso prodursi in una registrazione convincente di un brano così impegnativo.
Straordinario, il pezzo meglio riuscito di un grande disco.

I miei complimenti al cervello (e solo marginalmente alle mani) del pianista.

Vi lascio, come di consueto, con un ascolto in rete: ecco dunque i tre pezzi da Petrouchka di Stravinskij eseguiti da Davide Cabassi al dodicesimo Concorso Van Cliburn.

Buon ascolto!



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