Posts Tagged ‘Davide Cabassi’

Davide Cabassi interpreta Schumann

5 novembre 2011

Davide Cabassi ha dedicato un disco interamente a Schumann, incidendone il Carnaval e il Concerto per pianoforte e orchestra in La maggiore, con Gustav Kuhn e l’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento.

Ne ho parlato qui:

Davide Cabassi interpreta Schumann

Davide Cabassi – V – Danze cubane di Ignacio Cervantes

14 maggio 2010

Danzas Cubanas di Ignacio Cervantes

Se un pomeriggio di primavera un recensore si mettesse in testa di voler stroncare l’ultimo disco di Davide Cabassi… non potrebbe.
In questo caso, poi, al Cabassi si possono solo fare complimenti.
Ma andiamo con ordine.

E’ appena uscito, direi da tre settimane, l’ultimo (cronologicamente) disco di Cabassi. Avevo dichiarato, tempo fa, la mia intenzione di voler scrivere di tutti i dischi (che ora dovrebbero essere cinque) di Cabassi. In realtà ho scritto solo del primo, “Dancing with the orchestra”, ma recupererò, lo prometto.
Questo quinto disco di Cabassi raccoglie, per la prima volta ad opera di un pianista non cubano, l’integrale delle quaranta danze cubane di Ignacio Cervantes, con in più una graditissima romanza aggiunta al lotto delle danze.

Il nome di Ignacio Cervantes, temo, susciterà qualche espressione facciale dubitativa in buona parte di quei pochi lettori che leggeranno questo sproloquio. Ed è un peccato, mi credano, è un peccato.
Ignacio Cervantes (1847 – 1905), fu un grande pianista e compositore cubano. Bambino prodigio, studiò al conservatorio di Parigi negli anni ’60 del diciannovesimo secolo, con Marmontel ed Alkan. Nel 1866-67 egli vinse i concorsi di armonia e composizione.
Capite bene che una parabola simile non può non aver lasciato importanti influenze sulla sua musica. Ai ritmi ed ai sapori cubani egli ebbe modo di sovrapporre ed affiancare la grande tradizione romantica che poté ascoltare, studiare ed ammirare in Europa. Incontrò Liszt e Rossini ed entrambi ebbero modo di complimentarsi con lui per il suo pianismo. E’ dunque questo suggestivo percorso a donare alla sua musica un fascino davvero universale, che ammicca alle seducenti melodie cubane con un sapore romantico nella scia di Chopin, Schumann e Beethoven.
Cervantes, tornato a Cuba nel 1870, ebbe modo di iniziare una lunga carriera pianistica, interrotta forzatamente con l’esilio del 1895 (a causa della guerra di indipendenza cubana). Proprio alle sofferenze del suo esilio dedicò uno dei suoi capolavori, la danza “Adios a Cuba”, forse la più struggente del lotto. Compositore dotato di talento notevolissimo, si occupò anche di altri generi. Scrisse opere e musica da camera, ma il suo nome resta noto (anche se poco) soprattutto grazie alle quaranta danze per pianoforte.

Il mio primo incontro con queste stupende danze è avvenuto un paio di anni fa. Bacalov tenne un recital pianistico all’Aquila: in programma c’era solo musica sudamericana, e tra questa tre danze di Cervantes. Bastarono tre o quattro note di “Adios a Cuba” per farmi innamorare di questa musica. La mia ricerca di una incisione è stata per lungo tempo vana: un pianista cubano, Ruben Pelaez, incise le danze cubane anni fa, ma il disco è praticamente introvabile.
Poi, improvvisamente, mi è arrivata la notizia che Cabassi, proprio lui, si apprestava a realizzare la prima integrale assoluta di un pianista non cubano.
Sembra passato un decennio, ma ecco che finalmente qualche giorno fa il disco è finito tra le mie mani, pronto da dare in pasto al lettore cd. Sulla copertina del disco c’è un bel tucano, a voler raffigurare Cuba ed il sud America. Il disco, etichetta Concerto Classics, è molto ben registrato, forse meglio di alcuni dischi di etichette ben più note, ma veniamo, finalmente, alla musica.

Le danze, come dicevo, sono quaranta. Ognuna di esse ha un titolo in spagnolo, non saprei peraltro se vi siano titoli che subiscano le inflessioni cubane della lingua spagnola. I titoli sono tutti cortissimi: una, due parole. Un’immagine, un sentimento, un’emozione: “Soledad”, “Un requerdo”, “Ilusiones perdidas”. Il titolo dice già tutto, ed è questo un particolare notevole delle danze di Cervantes: esse sono straordinariamente descrittive, evocative per meglio dire. In “Soledad” si trova davvero un sentore di solitudine, di nostalgia per qualcosa che se n’è andato, pur con un senso di serenità e forse addirittura di felicità, pur celato, sotto traccia. “Un requerdo” è addirittura trasognante. Lo stesso si può dire di “La encantadora” e di gran parte delle danze della raccolta.
Il grande pregio di queste danze è il saper centrare e magnificare la vera grande qualità della musica sudamericana: la stupenda malinconia che essa trasmette, evoca. Malinconia sempre addolcita da una nota di tenerezza, o di brio. Mai tristezza assoluta, mai disperazione, sempre incanto. Nei momenti grigi dell’esilio da Cuba, Cervantes scrive “Adios a Cuba”, forse la più cupa delle danze. Eppure, nella sua malinconia sconfortante, la danza non è mai disperata. Cabassi sceglie un tempo particolarmente lento che dà alla musica un colore struggente. E’ così che Adios a Cuba diventa, in questa interpretazione, l’unica danza a superare i tre minuti di durata. Le altre, si intuisce anche dal fatto che un singolo disco riesca a contenere 40 danze, sono tutte piuttosto brevi (1-2 minuti), pur variando nella forma della scrittura. Molte altre qualità si possono trovare in queste danze, mi va di citarne almeno un paio che mi hanno colpito particolarmente. Innanzitutto, il pianoforte canta, canta stupendamente. In alcune danze sembra quasi sentire il pianoforte chiedere qualcosa (in “Por qué, eh?”, ad esempio, il pianoforte sembra davvero chiedere “Perché?”), in altre (“Improvisada”) sembra davvero che il pianoforte si sostituisca ad una voce umana, orgogliosamente. In “Gran señora” sembra addirittura di trovarsi davanti una signora cui la musica (resa viva dal pianoforte) chieda gentilmente, con timida devozioni, qualcosa che possiamo solo immaginare. E poi, come tacere la stupenda scrittura pianistica? Il virtuosismo non è mai fine a se stesso, sempre funzionale alla realizzazione brillante del carattere della danza. Già, perché molte delle danze divertono, il brio è trascinante e irresistibile (difficile non sorridere ascoltando “La glorieta”, “Interrumpida”), altre impressionano per l’efficacia della scrittura, soprattutto nell’uso dei registri e del colore (“Los tres golpes”, “Improvisada”, “Interrumpida”, “El velorio”). Come dicevo, gran parte delle danze ha un sapore tipicamente cubano, ma in molte di esse si sente l’influenza romantica subita da Cervantes a Parigi; in “Decisiòn”, ad esempio, oppure nelle battute iniziali, poi riprese, di “Se fué y no vuelve màs”, che ricordano una sonata per pianoforte di Beethoven. Inconsapevole, probabilmente, la citazione beethoveniana in “Tiene que ser”, deve essere. Le ultime tre danze, a quattro mani, sublimano il carattere brioso e scherzoso che citavo poco più sopra. Addirittura nell’ultima delle tre (“Los munecos”, divertentissima), Cabassi si dà alle percussioni e, staccando per un attimo le mani dalla tastiera, suona il coperchio della tastiera stessa o forse il listello del leggio. Ad accompagnare il pianista in queste tre danze a quattro mani è Tatiana Larionova, ed il risultato è ben all’altezza del resto del disco.
Esaurite, purtroppo, le quaranta danze, il disco ci offre un fuori programma che fa comprendere ancor di più quale sia la statura di Cervantes. Si tratta di una stupenda romanza, “Fusiòn de almas”, tramandata dalla figlia di Cervantes, che ci fa capire come il compositore cubano fosse a suo perfetto agio anche con generi diversi da quello della danza. La romanza mantiene una dote fondamentale delle danze, cioè il canto ottenuto dalla scrittura pianistica, e però risulta più ricca, sia nell’espressività che nella forma.

In fondo a questa (lunga) recensione, mi permetto di ringraziare personalmente Davide per il suo amore per la musica e per la passione che tutti possono ascoltare in questo disco. Va elogiato ben più di una volta sola.
Per prima cosa merita i complimenti per la scelta di questi capolavori quasi sconosciuti: spero davvero che il suo disco aiuti questa musica, rendendola un po’ più nota.
Inoltre merita ancora più complimenti per la dedizione e per l’amore che riversa nel suo lavoro. Questa incisione è magistrale: l’interpretazione che Davide ci offre conserva la purezza e il fascino del pianismo sudamericano, cubano, e in più cerca (e trova) un pizzico di rigore, un’intelligente fedeltà alla musica scritta che altri interpreti cubani non hanno ricercato prioritariamente nell’esplorazione di questo repertorio. La sua è una lettura universale e, in quanto tale, senza tempo, come la musica di Cervantes.

Chiudo con piacere lasciando finalmente spazio alla musica suonata. Davide ha gentilmente acconsentito alla mia richiesta di poter pubblicare qualche danza su internet, e lo faccio davvero con immenso piacere.
Ne ho scelte quattro che mi stanno particolarmente a cuore: “Soledad”, “Ilusiones perdidas”, “Improvisada” e “Adios a Cuba”.

Eccole qui, buon ascolto:

Davide Cabassi – I – Dancing with the orchestra

24 febbraio 2010

Il pianista Davide Cabassi

Cari amici, torno oggi a scrivere dopo un periodo di latitanza un po’ troppo lungo. Forse siete rimasti pochi a seguire questo blog davvero troppo poco aggiornato, ma spero di fare cosa gradita parlando oggi di un bravissimo pianista italiano: Davide Cabassi.

Ho intenzione di recensire, uno per volta (quindi mi ci vorranno anni, dati i miei ritmi) tutti i suoi dischi fin’ora pubblicati. Non sono poi molti, quattro o cinque, tutti di grande livello e dal programma quantomeno ricercato.

Davide Cabassi è un ragazzone milanese poco più che trentenne, noto per aver partecipato con grande successo al Concorso pianistico intenazionale Van Cliburn, nel 2005. In quella occasione arrivò tra i finalisti dando prova di grandissime qualità in settori piuttosto variegati del repertorio pianistico.

Oggi mi voglio occupare del suo primo disco: Dancing with the orchestra, danzando con l’orchestra.

Le composizioni incise sono di Bartok, di de Falla, di Stravinskij e di Ravel. Tutte trascrizioni, alcune fatte dal compositore in persona, su richiesta o meno.
Mi trovo in difficoltà nel fornire un parere sull’interpretazione. O meglio, mi trovo in difficoltà nel fornire un qualche paragone, visto che non avevo mai ascoltato metà dei brani presenti in questo disco.
Ma forse, anzi, sicuramente, è meglio.

Per me la Suite Sz77 di Bartok è stata una scoperta, non la conoscevo affatto. Non sono un grande conoscitore della musica di Bartok (anzi, ne so davvero poco), ma non mi stupirei se questa suite fosse una delle opere più celebrate del compositore, anche solo nel suo genere. La scrittura, per quanto poco io ne capisca, ha un sapore molto novecentesco. Mi è venuto in mente, in alcuni momenti dell’ascolto, Alban Berg, nella sua lotta interiore tra il sapore del nuovo e il fascino dell’antico. Ma poi del resto non c’entra niente, ne sono sicuro. Mi è venuto in mente inoltre, e c’entra ancor meno, un brano ipnotico in 5/4 di Tim Buckley, Lorca. Non saprei cos’altro scrivere, nonostante alcuni ascolti non riesco ancora a formulare un pensiero compiuto su questa Suite che non sia uno sterile elogio come quello prodotto più sopra.

Così come per Bartok, eccomi ora alle prese con de Falla. Cabassi suona tre pezzi dal balletto El Amor brujo. Tre pezzi stupendi, soprattutto la Danza del fuoco rituale. Non sfugge, evidentemente, l’accostamento con i tre pezzi da Petrouchka di Stravinskij che aprono il disco. Senz’altro siamo molto distanti, come pure distanti sono la musica russa e la musica spagnola, ma ci sono alcuni elementi in comune da non dimenticare. Intanto mi pare che la scrittura sia simile in alcune cose: ci sono cambi di tempi, è accentuatissima la componente ritmica (del resto siamo in un balletto) e nonostante questo non manca il canto. Avevo avvicinato de Falla in passato, quando mi dilettavo alla chitarra, e mi era piaciuto molto: non posso non confermare il giudizio.

Il buon Cabassi aiuta il mio giudizio positivo di questi due brani. Senza ricorrere alle perifrasi e alle iperboli tipiche della critica musicale: suona veramente benissimo. Brillante quando serve, attento e cauto nei momenti più intimi. Molto convincente la cantabilità, sicuramente fondamentale in questi brani. Una sola pecca: Cabassi… taglia le unghie!

Ma veniamo al primo pezzo forte del disco: i tre movimenti da Petrouchka. Inutile dirvi quale sia la mia interpretazione di riferimento. Ma sì, ve lo dico ugualmente: il buon San Maurizio, in uno dei suoi primi dischi (forse il primo per DG, inizio anni ’70). Era un altro Pollini, sicuramente più preciso ed “esatto” dell’attuale. Non stupisce dunque che il suo Stravinskij sia perfetto tecnicamente e virtuosisticamente. Stravinskij, nella sua trascrizione pianistica di questi tre movimenti da Petrouchka, ha evidentemente voluto dare ai tre brani un sapore pianistico diverso da quello orchestrale. Mi spiego: non sembra una trascrizione, ma un arrangiamento pianistico che evidenzi i colori del balletto, che tiri fuori il sapore russo del tutto. Del resto è un brano anche virtuosistico, questo è innegabile. A questo punto due sono le possibili strade interpretative: quella prettamente virtuosistica, scelta da Pollini (che però non ne fa sicuramente solo una valanga di note, intendiamoci), oppure questa di Cabassi, più meditata, più interpretata. Cabassi afferma nettamente il carattere danzante, è meno interessato all’aspetto virtuosistico. Tecnicamente, soprattutto ai tempi scelti dal vecchio maestro, Pollini resta insuperato, per come riesce ad aggirare alcuni ostacoli nella scrittura, ma la lettura di Cabassi va oltre, permette di sentirsi in Russia, come solo nei grandi capolavori dell’arte russa accade. E non è poco. Una lettura eccezionale.

Vi stupirò: conoscevo poco anche La Valse di Ravel. Ascoltata qualche volta, mi era piaciuta, ma non mi aveva mai appassionato particolarmente. Quanto sbagliavo! Dunque è stato molto l’interesse che mi ha avvicinato a questa versione pianistica. La prima cosa che mi ha colpito è stato il tempo leggermente più largo di quanto mi sarei aspettato. Ma magari era solo la mia interpretazione di riferimento a mandarmi fuori strada. Se La Valse va intesa come una tributo al valzer, allora siamo davanti ad un grande tributo. Ovviamente non c’è solo il valzer, anzi, di valzer ce n’è davvero poco. Gli echi straussiani si sentono, sicuramente, ma sono echi, nient’altro. La danza qui si confonde nelle nuvole citate da Ravel stesso nella sua descrizione del brano; le stesse nuvole che pian piano scompaiono per lasciare la possibilità alla luce di illuminare la danza. Eccezionale, eccezionale. Stupenda l’interpretazione di Cabassi, mai (e dico mai) banale, in nessun momento, riesce sempre ad essere convincente nella pur impossibile operazione di sostituire il pianoforte alla variegata orchestra richiesta dal brano originale. O forse, data l’incredibile ricchezza di questa versione pianistica, si potrebbe dire il contrario. L’esecuzione è tesissima nei momenti cupi, ma vigorosamente liberatoria quando finalmente la danza ha la meglio. Dev’essere davvero complesso prodursi in una registrazione convincente di un brano così impegnativo.
Straordinario, il pezzo meglio riuscito di un grande disco.

I miei complimenti al cervello (e solo marginalmente alle mani) del pianista.

Vi lascio, come di consueto, con un ascolto in rete: ecco dunque i tre pezzi da Petrouchka di Stravinskij eseguiti da Davide Cabassi al dodicesimo Concorso Van Cliburn.

Buon ascolto!



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