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Schumann, i settant’anni di Pollini, e altre cose strane

5 gennaio 2012

Capita anche che uno si innamori di una certa musica che invece quell’altra volta gli era sembrata bella, sì, ma mica poi così tanto. Succedono cose strane, tipo ieri sera, che non  ti fanno prendere sonno. C’è poi il fatto che Maurizio Pollini compie settant’anni, beato lui, e tu hai promesso di scrivere quattro righe non tanto su Pollini, che mi viene paura solo a pensarci, ma sui suoi dischi. Una discografia ragionata, ma neanche poi tanto, una di quelle fredde cronache da partita di calcio di terza categoria, mica arte. Tra le cose strane che succedono, ce n’è una meno bella e riguarda una persona impazzita. No, non sono io, anche se capisco vi sia sorto il dubbio. C’è questa persona impazzita, c’è questa discografia da tracciare, magari entro domattina che poi sennò è tardi. E allora eccolo lì, quel disco del buon Maurizio – mi perdonasse se lo chiamo così ma mi sembra una via di mezzo tra papà e nonno – quel disco del 1973 con la Sonata in fa# minore di Schumann, op.11 mi sa. È appena finita, dico proprio subito dopo il punto che precede questa frase. Eppure ne ho iniziato a scrivere prima che finisse, perché tanto ho deciso che è bellissima già dopo 15 note del primo movimento. E non avevo ancora ascoltato il secondo, pensate, quella cosa da impazzire, sì, ma di bellezza. Uno si chiede perché Schumann sia impazzito. E cosa doveva succedergli, a uno che ha scritto musica così? Dicevo, questa è musica stupenda, splendida, se volete altri aggettivi cercatevene qualcuno in una qualsiasi recensione, anche di altra musica, tanto i critici sono pagati per gli aggettivi, mica per ascoltare le note e le pause. Quel disco l’ho sempre un po’ snobbato. Non ricordo neppure di averlo comprato, sarà apparso lì tra gli altri per gemmazione. L’ho ascoltato una volta, anni fa, e devo averlo dimenticato in fretta, Schumann non mi faceva impazzire. Mi è successo col Primo concerto di Brahms, non ricordo neppure quando: lo odiavo quasi, e adesso quasi non vivo senza. Niente, ve l’ho detto che succedono cose strane, tipo che tre dei miei pianisti preferiti (Pollini, Brendel e Benedetti Michelangeli), si mettano quasi d’accordo per nascere tutti il 5 gennaio. Non dello stesso anno, che sennò c’era quasi da scomodare i Maya. Il buon Arturo adesso è lì tra le nuvole a suonare Debussy tra i capelli di lino, ma gli altri due sono ancora qui tra noi, e gli dicono di aspettare pure un bel po’, tanto lassù non si stancano mica del programma A e del programma B, li suonasse pure in eterno.

Ce l’ho fatta, poi, a scrivere l’articolo su Maurizio. Solo che dovevo scrivere più o meno un trafiletto sulla discografia, ma c’ho preso gusto e ne è venuta fuori una cronaca fredda, razionale e anche un po’ estenuante sulla sua carriera in disco. Credo anche un po’ pericolosa per la salute di chi legge, ma per il magazine che ospita i miei deliri, giustamente, provo a essere un po’ più distaccato, impersonale, e tutte queste cose qui di cui poi puntualmente mi scordo quando scrivo per me, o per voi, il che è uguale.
E allora visto che siamo tra noi, vi dico quali sono i miei cinque dischi preferiti tra quelli che il buon Maurizio ci ha regalato, anche alla luce delle cose strane di cui sopra:

  • Stravinsky/Prokofiev/Webern/Boulez (1971,1976, 2cd DGG-E4474312)
  • Beethoven: Ultime sonate, nn.28-32 (1975-1977, 2cd DGG-4497402)
  • Chopin: Ballate, Fantasia op.49, Preludio op.45 (1999, 1cd DGG-4596832)
  • Schumann: Sonata op.11 / Schubert: Sonata D845 (1973, 1cd DGG4636762)
  • Chopin: Studi opp.10&25 (1960, pubblicati per la prima volta nel 2011, Testament Records SBT1473)

Povero Schroeder

23 dicembre 2011

Diceva Schulz in una qualche intervista che l’idolo del piccolo Schroeder avrebbe dovuto essere nientemeno che Bach, che però gli sembrava troppo serio.
Intendiamoci, nulla è più serio di un enorme mezzobusto di Beethoven, ma tutto cambia quando questo severissimo faccione fa capolino su un piccolo pianoforte giocattolo come quello di Schroeder.

Dunque niente Bach, ma Beethoven, con l’idea incredibilmente gloriosa, maestosa, e forse anche un po’ antipatica che la storia gli ha costruito attorno; Beethoven tutto d’un pezzo, di bronzo, sul pianoforte di un bambino che più piccolo non si potrebbe. Ed è per questo che mi piace citare tra le più riuscite descrizioni di Schroeder quella che lo scrittore Jonathan Franzen fa nella sua prefazione al quarto volume della imperdibile (e lodevolissima) serie Complete Peanuts: “(Un bambino) le cui ambizioni a misura di Beethoven sono realizzate su un pianoforte giocattolo con una sola ottava”. Manca solo una delle “tre B” della grande musica: Brahms. E allora, oggi che sono così preso dalla musica di Ludwig e Johannes, mi torna in mente questa meravigliosa striscia dei Peanuts, che così bene riesce a riassumere quel misto di divertente genialità e dolce tenerezza che accompagna ognuno dei 17897 regali che Charles Schulz ci ha fatto, senza aver bisogno di mettersi quel goffo abito rosso, senza quella barba bianca come la neve.

(per chi non conoscesse l’inglese, nessun problema, eccola qui tradotta

E niente, senza Schulz e i suoi bimbi la vita sarebbe peggiore.

Se ne volete altre, di strisce sulla musica, fatevi sentire 🙂 

Il clarinetto: il suadente in musica

6 giugno 2009

ClarinettoOgni tanto mi capita di mettermi lì a pensare se ci sia o no uno strumento che preferisco. Certo, gran parte della letteratura solistica è per pianoforte, strumento fantastico e assoluto. Però capita che a volte l’ascolto di altri strumenti mi provochi emozioni diverse, se possibile più forte. E’ il caso del violino, ma ancor di più del pieno, ma dolce suono del violoncello. Il violino e il violoncello, soprattutto in Bach, hanno un suono malinconicamente bellissimo, quasi insostenibile. Però se cerco ancora più a fondo, trovo un altro strumento che mi tocca ancora più in profondità: il clarinetto. A riguardo, mi sono interrogato se non fosse principalmente il clarinetto in Mozart a risultare per me così incredibilmente meraviglioso. E no, non è solo il clarinetto mozartiano che mi scombussola la giornata con la sua bellezza così suadente e conciliante. Certo, è difficile pensare a qualcosa di più indicativo dell’inarrivabile Concerto per clarinetto e orchestra in La maggiore K622, senza dimenticare il forse ancor più bel Quintetto per archi e clarinetto in La maggiore K581. In verità, per quanto ne so, gli originali di questi due capolavori non ci sono pervenuti. Ne abbiamo oggi due probabili trascrizioni adattate al clarinetto ottocentesco, diverso dal clarinetto di bassetto per il quale Mozart pensò le sue due opere, che poteva eseguire note più basse di quelle eseguibili sul moderno strumento. E’ per questo che ultimamente alcuni grandi strumentisti hanno iniziato a registrare i due lavori sul clarinetto di bassetto, correggendo i presumibili cambi postumi nelle trascrizioni mozartiane. Questo comunque non modifica sostanzialmente il fascino dei due capolavori mozartiani. Come ho già detto, la bellezza del clarinetto non traspare però solo nelle opere di Mozart. Ascoltando ad esempio i concerti di Weber, ma anche semplicemente il misurato e dolce utilizzo che Beethoven fa dello strumento in alcune delle sue sinfonie, si ha l’impressione di uno strumento indispensabile: cosa sarebbero il sottovalutato Adagio della quarta sinfonia o l’Allegretto della settima sinfonia senza i dolci richiami del clarinetto? E come non citare il quintetto di Brahms? Niente da fare, moltissimi hanno scritto musica per il clarinetto, soprattutto musica da camera. Tutti i compositori più noti, dal settecento al novecento più pieno. Il fascino del clarinetto si è saputo stendere anche in altri ambiti: c’è traccia di questo strumento anche nel jazz (avete mai sentito parlare di Benny Goodman?), nella musica popolare, e nelle canzoni di Renzo Arbore, con quel quasi blasfemo (ma simpatico e forse sospettabile) doppio senso sessuale. Per informazioni più dettagliate sull’evoluzione storica dello strumento vi rimando, molto semplicemente, a Wikipedia.

Oggi vi invito all’ascolto del primo movimento (Allegro) del Quintetto per archi e clarinetto in La maggiore K581 di Mozart:

Al clarinetto (di bassetto) il grande Antony Pay. Come sempre vi consiglio di visitare direttamente youtube per ascoltare il video in alta qualità, cosa impossibile qui su wordpress. L’indirizzo del video è questo:
http://www.youtube.com/watch?v=7YgNnpyAa54

Buon ascolto!


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