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Alexis Weissenberg, la Rai, l’Auditel (e la triste perdita di Gustav Leonhardt)

17 gennaio 2012

Aggiornamento: Ho scritto questo post nel primo pomeriggio, prima di venire a conoscenza della scomparsa di Gustav Leonhardt, musicista inarrivabile la cui importanza è pari solo al peso della sua perdita. Al ricordo di Gustav Leonhardt e Alexis Weissenberg, due grandissimi musicisti che ci hanno lasciato negli ultimi giorni, dedico questo post che, pur con toni certamente non adatti alla triste occasione, vuol essere unicamente una appassionata dichiarazione d’amore per la cultura, l’arte, e tutte le altre cose belle e importanti che vale la pena di conoscere, diffondere e amare.

La Radiotelevisione Svizzera, lei sì, ha deciso di regalarci un ricordo del recentemente scomparso Alexis Weissenberg, grande pianista bulgaro. Ora, il documentario (trovate il link in fondo al post) è talmente bello che non posso che raccomandarvi di guardarlo, almeno fin quando dura la sua presenza in rete, chissà che prima o poi non decidano di toglierlo dal loro sito. Questo documentario, trasmesso sulla prima rete della RSI, mi fa poi venire in mente che la nostra misera e miserabile RAI, che trenta o quarant’anni fa spargeva cultura e sapere da tutti i pori, adesso è ridotta a un cumulo di intrattenimento superficiale, tribune politiche poco tribune, poco politiche, e molto imbarazzanti, e davvero poco altro. Se riesce a salvarsi Fazio, con il suo trionfo di nazionalpopulismo che finisce per sembrare un’oasi di salvifica profondità, pensate come siamo messi male. E pensate anche che la nostra cara RAI ne produce eccome di eventi magnifici. Produce la prima della Scala, che però relega sul quinto canale, che qui dove vivo neppure si vede, così come produce una marea di altri eventi musicali o (diversamente) culturali, che però finisce per vendere alle altre reti televisive mondiali che, loro sì, sono a tal punto stupide da pensare che la gente voglia addirittura abbeverarsi alla fonte della cultura, piuttosto che guardare sempre quattro stronzi di opinionisti che un’opinione non ce l’hanno, ma che ci tengono a farti sapere ciò che non-pensano del delitto di Avetrana. E mi sono permesso di parafrasare qui Carmelo Bene, uno che le sue meraviglie poteva farle passare in televisione trent’anni fa, quando la RAI era ancora la RAI, quella miniera d’oro di gioielli in un polveroso archivio; Carmelo Bene che oggi, presumo, alla RAI non chiamerebbero neppure per pulire i cessi, non dico mica per far cultura, per regalarci capolavori. Carmelo Bene, o Claudio Abbado, o Vittorio Gassman e Monicelli, che a leggerci su il simbolo RAI, sui loro capolavori, quasi non capisci perché. Guardavo l’altro giorno lo sceneggiato I fratelli Karamazov, di Bolchi: meraviglia. Ci leggevo su il simbolo RAI: perché? Certo, qualcuno mi dirà, c’è tipo il giovedì notte alle 3:30 (annunciate, che poi diventano le 4:56) La musica di Rai Tre, tra l’altro negli stessi quartieri dell’altro stra-lodevole Fuori orario. Che culo, signori, scusate il francesismo, ma che culo! Con tutte le cose inutili che manda in onda Rai Tre (ma anche gli altri due canali), figurarsi se il povero concerto delle tre del mattino dovrebbe star lì a preoccuparsi troppo dell’Auditel, se messo in onda alle 16, o alle 17. Non chiedo mica la prima serata, per carità, quella lasciamola alle cose serie tipo l’ennesima fiction inutile, o il Circo di Montecarlo, o la seicentesima replica del documentario sul nazismo che ormai ha lo stesso senso di Più forte ragazzi contemporaneamente su Rete 4.

Mi scusasse Weissenberg per questa tirata, ero partito solo per parlare del documentario, ma non ce l’ho fatta.
Grazie, Radiotelevisione svizzera, per questo stupendo documentario:
http://la1.rsi.ch/home/networks/la1/cultura/Paganini/2012/01/11/paganini-15-ricordo.html#Video

Un ricordo di Alexis Weissenberg

8 gennaio 2012


Oggi avrei voluto scrivere tutt’altro, ma in un otto gennaio così anonimo, insignificante, ci ha lasciati Alexis Weissenberg, pianista bulgaro, anzi francese. Weissenberg era nato nel 1929 in Bulgaria, salvo poi andarsene nel ’45 in Palestina, e da lì girare il mondo grazie alla musica, fino alla Carnegie Hall, col terzo di Rachmaninov, George Szell sul podio. Era solo il 1947, lui non aveva neppure 18 anni. Suonò ancora per qualche tempo, ma poi pensò bene di ritirarsi per dieci anni: voleva studiare e insegnare. Tornò sulle scene nel 1966, e di lì in poi furono solo successi. Karajan lo reputava uno dei più grandi pianisti del tempo e lo volle più volte al suo fianco sin dagli anni ’60: Čajkovskij, e poi Rachmaninov e i cinque concerti di Beethoven. Weissenberg non fu mai un mito, al pari di altri pianisti del secolo, non fu mai l’idolo delle folle, né fu visto come uno di quei geni stravaganti, particolari, ingestibili. Questo in barba alla qualità di alcune sue prove, quelle sì restate nell’immaginario collettivo, come i tre movimenti da Petrouchka di Stravinsky.

Che non fosse un idolo, un talento esaltato dal marketing e dal mito del genio a tutti i costi, lo dimostra anche il fatto che io, dopo tutto, lo conosca molto poco. Sono uno che cede a queste cose, c’è poco da arrampicarsi sugli specchi, basta saperlo e cercare di guarire. Di Weissenberg ho ascoltato le cose di cui ho scritto fin qui, e soprattutto un’altra cosa: Chopin, valzer e notturni. Il suo Chopin è stato il mio primo approccio in assoluto a quella musica magica che mi faceva addormentare quand’ero piccolo e che riascoltavo sempre, e anche di più, fino a consumare fisicamente quella povera cassettina, con quel nastro già di per sé così fragile. Da allora in poi mi sono allontanato dallo Chopin di Weissenberg, mi sono sentito sedotto da altre caratteristiche che, di volta in volta, altri pianisti mi facevano scoprire in quella musica tanto interpretata. Quando oggi ho saputo, ho cercato altre sue interpretazioni, in giro per la rete.

Bach, Liszt, Brahms con Giulini, ancora Chopin, e poi quel Rachmaninov al quale somigliava anche un po’. Forse nulla di davvero indimenticabile, di irragiungibile, ma tutto così straordinariamente non banale, onesto, genuino e profondamente sincero. Non capita spesso.

Quando oggi ho letto la notizia, a dire il vero, la prima cosa che ho fatto è stata un’altra: ho subito cercato il suo Chopin. Sono bastate poche battute perché tornassi bambino.
Volevo chiudere così questo pezzo, mi sembrava bello. Però poco fa ho scoperto che Weissenberg concludeva tutti i suoi concerti con lo stesso bis. È il celebre corale di Bach “Gesù resta la mia gioia”, così preziosamente indelebile per ognuno che l’abbia ascoltato dalle mani di Lipatti, e così toccante e adatto, forse banalmente, in questa triste occasione.


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