Giornata della Memoria

27 gennaio 2012 by


Per ogni appassionato di musica, la Giornata della Memoria ha un doppio valore, quasi un significato particolare. Non solo si ricorda la pagina più buia e insensata dello scorso secolo, ma cade anche un nuovo anniversario della nascita di Wolfgang Amadeus Mozart. Sebbene, giustamente, la Giornata della Memoria venga spesso identificata con il ricordo dell’Olocausto (a maggior ragione poiché cade nel giorno dell’apertura dei cancelli di Auschwitz), essa è dedicata, più in generale, alla memoria di tutte le vittime della follia nazifascista, all’atrocità delle leggi raziali, nonché alla persecuzione degli oppositori del regime. Mi permetto, personalmente, di includere in questa triste lista anche il ricordo, più generale, delle vittime di tutti i massacri, i genocidi, le folli persecuzioni compiute dalle altri atroci tirannie che hanno segnato il Novecento, talvolta passando sottotraccia, dalla porta dei vincitori. E mi preme anche il desiderio di ricordare gli artisti che vennero etichettati come degenerati dai nazisti. Per quanto riguarda la musica, furono inclusi nella entartete musik molti tra i più grandi compositori di inizio Novecento, nonché, più in generale, correnti innovative come il jazz. Nonostante questa enorme ingiustizia, quegli stessi compositori continuarono nella loro opera contro ogni difficoltà, ove fu possibile, anche da deportati nei campi di concentramento, quando all’accusa di comporre musica degenerata si aggiunse anche l’innocente colpa di essere ebrei. Come forse già saprete se mi leggete da tempo, nessuna frase mi sembra più adatta al ricordo di questi compositori di quella pronunciata da Igor Stravinskij in ricordo di Anton Webern, degenerato anch’egli, nonostante alcune ambiguità non chiariscano definitivamente le sue simpatie più o meno reali per il nazismo. Stravinskij disse di Webern:

Destinato al fallimento totale in un sordo mondo di ignoranza e indifferenza, egli inesorabilmente continuò a intagliare i suoi diamanti, i suoi abbaglianti diamanti, delle cui miniere aveva una conoscenza perfetta.

Congiungendo dunque il ricordo delle atrocità del Novecento e l’ammirazione per il grande genio di Mozart, mi piace oggi, come ogni anno, riflettere su ciò che l’intelligenza dell’uomo ha saputo produrre di più inumano e crudele, da una parte, e di più sovrumano e sublime, dall’altra. Affido i miei pensieri a questa pagina straordinariamente profonda e toccante.

Joseph Martin Kraus, “il Mozart svedese”

20 gennaio 2012 by

Curiosando in rete, poco fa, credo di aver fatto la più classica delle scoperte dell’acqua calda. Joseph Martin Kraus, compositore svedese esattamente contemporaneo di Mozart (visse un anno in più, dal 1756 al 1792), la cui musica mi sembra straordinariamente interessante. Ho ascoltato poco per ora, ma ci vuole poco a capire certe cose. Mi sono andato a informare su Wikipedia, come ogni falso-intellettuale che si rispetti, ma su quella inglese, giusto per dare alla mia necessità di informazione una mezza parvenza di rigore. E allora ho letto che questo caro Joseph Martin Kraus si è guadagnato il pesante soprannome di “Mozart svedese”, più per le sfortune che per le fortune della sua vita, un nomignolo se vogliamo un po’ superficiale, ma di sicuro effetto.
Sono capitato su Kraus non so neppure come, imbattendomi nella Sinfonia in do minore VB142 e nel Quintetto con flauto in re maggiore. Sì, c’è qualche eco mozartiana, soprattutto negli affascinanti e cantabili tempi lenti, ma a me sembra ci sia anche dell’altro. Sicuramente uno stile tutto personale, anche se chiaramente fondato sulle forme classiche, dominato qua e là da straordinarie anticipazioni romantiche, di quelle che, irragiungibili, ci ha donato il Mozart delle ultime tre sinfonie, o forse ancor più avanti, Beethoven e Schubert: sono magnifici i contrasti dinamici e caratteriali che pervadono le pagine di Kraus, rotti infine dalle più celesti melodie, affidate questa volta ai legni, la prossima agli ottoni. Del resto, stiamo parlando di un compositore che a 19 anni pensò bene di scriversi un Requiem: non aveva neanche bisogno di commissioni da interpretare più o meno metaforicamente, il caro Joseph. Kraus finì per comporre per il Re Gustavo III, che apprezzò particolarmente la sua opera Proserpina. Gli andò così bene, che il Re decise di mandarlo in giro per l’Europa a sue spese, così da garantirgli un’educazione musicale ancor migliore, nonché, forse, per dare un po’ di gloria alla Corte svedese. Kraus ebbe modo di conoscere Gluck, Padre Martini e Haydn, che di lui parlò sempre con grandissima ammirazione:

“Ho solo una sua sinfonia, che tengo in ricordo di uno dei più grandi geni che abbia incontrato. […] Una sinfonia che verrà reputata un capolavoro nei nei secoli a venire […], musica di sbalorditiva perfezione”.

Dopo un soggiorno in Italia e a Parigi, dovette tornare a Stoccolma, dove la tubercolosi che covava fin dall’adolescenza si aggravò irrimediabilmente anche a causa delle fatiche che si era imposto per comporre due straordinari omaggi al suo ammirato Re Gustavo III, ferito a morte durante il ballo in maschera che ispirò la vicenda messa in musica da Verdi. La Sinfonia funebre in do minore e la Cantata funebre per Gustavo III resteranno il suo indimenticabile canto del cigno. Kraus riposa poco lontano da Stoccolma, e alcuni decenni dopo la sua morte un monumento funebre sorse per risvegliarne il ricordo, con un’epigrafe molto bella:

“Qui riposa ciò che di Kraus è mortale, ciò che è immortale vive nella sua musica”.

Mentre mi metto alla ricerca di qualcos’altro da ascoltare, vi segnalo queste meraviglie.

Buon ascolto!




e soprattutto…

Alexis Weissenberg, la Rai, l’Auditel (e la triste perdita di Gustav Leonhardt)

17 gennaio 2012 by

Aggiornamento: Ho scritto questo post nel primo pomeriggio, prima di venire a conoscenza della scomparsa di Gustav Leonhardt, musicista inarrivabile la cui importanza è pari solo al peso della sua perdita. Al ricordo di Gustav Leonhardt e Alexis Weissenberg, due grandissimi musicisti che ci hanno lasciato negli ultimi giorni, dedico questo post che, pur con toni certamente non adatti alla triste occasione, vuol essere unicamente una appassionata dichiarazione d’amore per la cultura, l’arte, e tutte le altre cose belle e importanti che vale la pena di conoscere, diffondere e amare.

La Radiotelevisione Svizzera, lei sì, ha deciso di regalarci un ricordo del recentemente scomparso Alexis Weissenberg, grande pianista bulgaro. Ora, il documentario (trovate il link in fondo al post) è talmente bello che non posso che raccomandarvi di guardarlo, almeno fin quando dura la sua presenza in rete, chissà che prima o poi non decidano di toglierlo dal loro sito. Questo documentario, trasmesso sulla prima rete della RSI, mi fa poi venire in mente che la nostra misera e miserabile RAI, che trenta o quarant’anni fa spargeva cultura e sapere da tutti i pori, adesso è ridotta a un cumulo di intrattenimento superficiale, tribune politiche poco tribune, poco politiche, e molto imbarazzanti, e davvero poco altro. Se riesce a salvarsi Fazio, con il suo trionfo di nazionalpopulismo che finisce per sembrare un’oasi di salvifica profondità, pensate come siamo messi male. E pensate anche che la nostra cara RAI ne produce eccome di eventi magnifici. Produce la prima della Scala, che però relega sul quinto canale, che qui dove vivo neppure si vede, così come produce una marea di altri eventi musicali o (diversamente) culturali, che però finisce per vendere alle altre reti televisive mondiali che, loro sì, sono a tal punto stupide da pensare che la gente voglia addirittura abbeverarsi alla fonte della cultura, piuttosto che guardare sempre quattro stronzi di opinionisti che un’opinione non ce l’hanno, ma che ci tengono a farti sapere ciò che non-pensano del delitto di Avetrana. E mi sono permesso di parafrasare qui Carmelo Bene, uno che le sue meraviglie poteva farle passare in televisione trent’anni fa, quando la RAI era ancora la RAI, quella miniera d’oro di gioielli in un polveroso archivio; Carmelo Bene che oggi, presumo, alla RAI non chiamerebbero neppure per pulire i cessi, non dico mica per far cultura, per regalarci capolavori. Carmelo Bene, o Claudio Abbado, o Vittorio Gassman e Monicelli, che a leggerci su il simbolo RAI, sui loro capolavori, quasi non capisci perché. Guardavo l’altro giorno lo sceneggiato I fratelli Karamazov, di Bolchi: meraviglia. Ci leggevo su il simbolo RAI: perché? Certo, qualcuno mi dirà, c’è tipo il giovedì notte alle 3:30 (annunciate, che poi diventano le 4:56) La musica di Rai Tre, tra l’altro negli stessi quartieri dell’altro stra-lodevole Fuori orario. Che culo, signori, scusate il francesismo, ma che culo! Con tutte le cose inutili che manda in onda Rai Tre (ma anche gli altri due canali), figurarsi se il povero concerto delle tre del mattino dovrebbe star lì a preoccuparsi troppo dell’Auditel, se messo in onda alle 16, o alle 17. Non chiedo mica la prima serata, per carità, quella lasciamola alle cose serie tipo l’ennesima fiction inutile, o il Circo di Montecarlo, o la seicentesima replica del documentario sul nazismo che ormai ha lo stesso senso di Più forte ragazzi contemporaneamente su Rete 4.

Mi scusasse Weissenberg per questa tirata, ero partito solo per parlare del documentario, ma non ce l’ho fatta.
Grazie, Radiotelevisione svizzera, per questo stupendo documentario:
http://la1.rsi.ch/home/networks/la1/cultura/Paganini/2012/01/11/paganini-15-ricordo.html#Video

“La musica è fatta per tutti, come il sole e l’aria”

10 gennaio 2012 by

Erich Kleiber

Mi rendo conto di aver già scritto molte volte di Carlos KleiberTroppe!, mi sembra di aver sentito suggerire da qualcuno lì in terza fila. Ha ragione, ha ragione, ma che ci posso fare! Anzi, vi prego di perdonarmi se lo faccio di nuovo, anche se il post di oggi è dedicato a suo padre Erich, che ci ha donato anni fa uno straordinario atto di umanità.
Qualche tempo fa ho scritto del divertente telegramma di Toscanini dal Paradiso che lo schivo, ma straordinariamente ironico Carlos Kleiber si inventò per prendere in giro il serissimo Sergiu Celibidache. La famiglia Kleiber si intreccia con i telegrammi in almeno altre due notevoli occasioni; la prima riguarda il debutto di Carlos alla direzione, e bisogna tornare indietro al lontano 1954. Il ventiquattrenne Carlos, figlio del grande Erich Kleiber, uno dei più celebrati e importanti direttori d’orchestra al mondo, decise di seguire le orme del padre, apparentemente contro la volontà di quest’ultimo, che voleva per lui un futuro diverso, di studi scientifici. Per evitare confornti, ostracisimi, e cose del genere, scelse di iniziare tutelandosi dietro uno pseudonimo: Karl Keller. Fu proprio nel 1954 che, dopo due anni di apprendistato a Monaco, Carlos ebbe l’opportunità di debuttare alla direzione a Potsdam, con un’opera di Millöcker: Gasparone. In occasione del debutto, Erich, ormai rassegnato al talento del figlio, gli inviò un telegramma: “Buona fortuna, caro Keller!”. Erich Kleiber morì di lì a poco, esattamente 200 anni dopo la nascita di Mozart (il 27 gennaio 1956), probabilmente suicida, come pare abbia raccontato lo stesso Carlos anni dopo, senza mancare di aggiungere un dettaglio chiarificatore (Erich fu trovato sanguinante nella vasca da bagno dell’albergo che lo ospitava a Zurigo). Prima di diventare il Carlos Kleiber che tutti conosciamo, quel Karl Keller attraversò un periodo straordinariamente ricco di esperienze direttoriali, con un grande numero di opere dirette, ma anche di balletti. Per dieci anni ebbe modo di dirigere molta musica che in futuro avrebbe accuratamente evitato, concentrandosi solo su quei relativamente pochi titoli che oggi si ricordano.
L’altro intreccio dei Kleiber con i telegrammi è ben più serio e profondo, e riguarda da vicino il nostro paese, in particolare la Scala. Erich Kleiber aveva scelto di dimettersi, a metà anni trenta, dalla direzione dell’Opera di Stato di Berlino: il regime nazista aveva classificato la Lulu di Alban Berg tra la musica degenerata, e Erich, primo storico direttore del Wozzeck, non aveva potuto sopportare questa ingiustizia. Pochi anni dopo, nel 1940, i Kleiber si spostarono in Argentina, dove il piccolo Karl Ludwig si faceva chiamare volentieri Carlos. Prima dell’esilio, Erich continuò a dirigere in giro per l’Europa. Nel 1938 il regime di Mussolini inasprì le persecuzioni razziali con l’approvazione di un certo numero di Decreti Legge che in pochi mesi resero le persecuzioni legali, manifeste e sistematiche. Erich Kleiber, che aveva un contratto con il Teatro alla Scala che l’avrebbe visto sul podio scaligero nel 1939, appena saputo delle nuove leggi razziali (che riguardavano, tra gli altri, Vittore Veneziani, maestro del coro), non esitò a spedire un telegramma straordinario alla direzione del Teatro milanese, un esempio impareggiabile di statura morale, di amore per i valori di un’umanità persa nei conflitti e nelle follie di quegli anni tormentati:

Apprendo in questo momento che il teatro della Scala ha chiuso le sue porte ai vostri compatrioti israeliti. La musica è fatta per tutti, come il sole e l’aria. Là dove si nega a degli esseri umani questa fonte di consolazione così necessaria in questi tempi duri e questo soltanto perché essi appartengono a un’altra stirpe o a un’altra religione io non posso collaborare né come cristiano né come artista. Debbo di conseguenza pregarvi di considerare nullo il mio contratto, malgrado il piacere che avrei avuto di dirigere in questo magnifico teatro, che rammenta le più nobili tradizioni italiane.

Erich Kleiber

Un ricordo di Alexis Weissenberg

8 gennaio 2012 by


Oggi avrei voluto scrivere tutt’altro, ma in un otto gennaio così anonimo, insignificante, ci ha lasciati Alexis Weissenberg, pianista bulgaro, anzi francese. Weissenberg era nato nel 1929 in Bulgaria, salvo poi andarsene nel ’45 in Palestina, e da lì girare il mondo grazie alla musica, fino alla Carnegie Hall, col terzo di Rachmaninov, George Szell sul podio. Era solo il 1947, lui non aveva neppure 18 anni. Suonò ancora per qualche tempo, ma poi pensò bene di ritirarsi per dieci anni: voleva studiare e insegnare. Tornò sulle scene nel 1966, e di lì in poi furono solo successi. Karajan lo reputava uno dei più grandi pianisti del tempo e lo volle più volte al suo fianco sin dagli anni ’60: Čajkovskij, e poi Rachmaninov e i cinque concerti di Beethoven. Weissenberg non fu mai un mito, al pari di altri pianisti del secolo, non fu mai l’idolo delle folle, né fu visto come uno di quei geni stravaganti, particolari, ingestibili. Questo in barba alla qualità di alcune sue prove, quelle sì restate nell’immaginario collettivo, come i tre movimenti da Petrouchka di Stravinsky.

Che non fosse un idolo, un talento esaltato dal marketing e dal mito del genio a tutti i costi, lo dimostra anche il fatto che io, dopo tutto, lo conosca molto poco. Sono uno che cede a queste cose, c’è poco da arrampicarsi sugli specchi, basta saperlo e cercare di guarire. Di Weissenberg ho ascoltato le cose di cui ho scritto fin qui, e soprattutto un’altra cosa: Chopin, valzer e notturni. Il suo Chopin è stato il mio primo approccio in assoluto a quella musica magica che mi faceva addormentare quand’ero piccolo e che riascoltavo sempre, e anche di più, fino a consumare fisicamente quella povera cassettina, con quel nastro già di per sé così fragile. Da allora in poi mi sono allontanato dallo Chopin di Weissenberg, mi sono sentito sedotto da altre caratteristiche che, di volta in volta, altri pianisti mi facevano scoprire in quella musica tanto interpretata. Quando oggi ho saputo, ho cercato altre sue interpretazioni, in giro per la rete.

Bach, Liszt, Brahms con Giulini, ancora Chopin, e poi quel Rachmaninov al quale somigliava anche un po’. Forse nulla di davvero indimenticabile, di irragiungibile, ma tutto così straordinariamente non banale, onesto, genuino e profondamente sincero. Non capita spesso.

Quando oggi ho letto la notizia, a dire il vero, la prima cosa che ho fatto è stata un’altra: ho subito cercato il suo Chopin. Sono bastate poche battute perché tornassi bambino.
Volevo chiudere così questo pezzo, mi sembrava bello. Però poco fa ho scoperto che Weissenberg concludeva tutti i suoi concerti con lo stesso bis. È il celebre corale di Bach “Gesù resta la mia gioia”, così preziosamente indelebile per ognuno che l’abbia ascoltato dalle mani di Lipatti, e così toccante e adatto, forse banalmente, in questa triste occasione.

Schumann, i settant’anni di Pollini, e altre cose strane

5 gennaio 2012 by

Capita anche che uno si innamori di una certa musica che invece quell’altra volta gli era sembrata bella, sì, ma mica poi così tanto. Succedono cose strane, tipo ieri sera, che non  ti fanno prendere sonno. C’è poi il fatto che Maurizio Pollini compie settant’anni, beato lui, e tu hai promesso di scrivere quattro righe non tanto su Pollini, che mi viene paura solo a pensarci, ma sui suoi dischi. Una discografia ragionata, ma neanche poi tanto, una di quelle fredde cronache da partita di calcio di terza categoria, mica arte. Tra le cose strane che succedono, ce n’è una meno bella e riguarda una persona impazzita. No, non sono io, anche se capisco vi sia sorto il dubbio. C’è questa persona impazzita, c’è questa discografia da tracciare, magari entro domattina che poi sennò è tardi. E allora eccolo lì, quel disco del buon Maurizio – mi perdonasse se lo chiamo così ma mi sembra una via di mezzo tra papà e nonno – quel disco del 1973 con la Sonata in fa# minore di Schumann, op.11 mi sa. È appena finita, dico proprio subito dopo il punto che precede questa frase. Eppure ne ho iniziato a scrivere prima che finisse, perché tanto ho deciso che è bellissima già dopo 15 note del primo movimento. E non avevo ancora ascoltato il secondo, pensate, quella cosa da impazzire, sì, ma di bellezza. Uno si chiede perché Schumann sia impazzito. E cosa doveva succedergli, a uno che ha scritto musica così? Dicevo, questa è musica stupenda, splendida, se volete altri aggettivi cercatevene qualcuno in una qualsiasi recensione, anche di altra musica, tanto i critici sono pagati per gli aggettivi, mica per ascoltare le note e le pause. Quel disco l’ho sempre un po’ snobbato. Non ricordo neppure di averlo comprato, sarà apparso lì tra gli altri per gemmazione. L’ho ascoltato una volta, anni fa, e devo averlo dimenticato in fretta, Schumann non mi faceva impazzire. Mi è successo col Primo concerto di Brahms, non ricordo neppure quando: lo odiavo quasi, e adesso quasi non vivo senza. Niente, ve l’ho detto che succedono cose strane, tipo che tre dei miei pianisti preferiti (Pollini, Brendel e Benedetti Michelangeli), si mettano quasi d’accordo per nascere tutti il 5 gennaio. Non dello stesso anno, che sennò c’era quasi da scomodare i Maya. Il buon Arturo adesso è lì tra le nuvole a suonare Debussy tra i capelli di lino, ma gli altri due sono ancora qui tra noi, e gli dicono di aspettare pure un bel po’, tanto lassù non si stancano mica del programma A e del programma B, li suonasse pure in eterno.

Ce l’ho fatta, poi, a scrivere l’articolo su Maurizio. Solo che dovevo scrivere più o meno un trafiletto sulla discografia, ma c’ho preso gusto e ne è venuta fuori una cronaca fredda, razionale e anche un po’ estenuante sulla sua carriera in disco. Credo anche un po’ pericolosa per la salute di chi legge, ma per il magazine che ospita i miei deliri, giustamente, provo a essere un po’ più distaccato, impersonale, e tutte queste cose qui di cui poi puntualmente mi scordo quando scrivo per me, o per voi, il che è uguale.
E allora visto che siamo tra noi, vi dico quali sono i miei cinque dischi preferiti tra quelli che il buon Maurizio ci ha regalato, anche alla luce delle cose strane di cui sopra:

  • Stravinsky/Prokofiev/Webern/Boulez (1971,1976, 2cd DGG-E4474312)
  • Beethoven: Ultime sonate, nn.28-32 (1975-1977, 2cd DGG-4497402)
  • Chopin: Ballate, Fantasia op.49, Preludio op.45 (1999, 1cd DGG-4596832)
  • Schumann: Sonata op.11 / Schubert: Sonata D845 (1973, 1cd DGG4636762)
  • Chopin: Studi opp.10&25 (1960, pubblicati per la prima volta nel 2011, Testament Records SBT1473)

Prosit Neujahr!

31 dicembre 2011 by

Quando penso al Capodanno, in giorni presi a caso tra gli altri 364, mi viene in mente soprattutto una cosa. Incredibilmente, non è il panettone, né il torrone o lo spumante. E neppure il cotechino con le lenticchie, o i piatti che volano giù dalla finestra. E no, non i botti di fine anno o le lunghe nottate a giocare a carte con amici e parenti, finendo poi per non riuscire a ricordarsi se si è vinto o se si è perso, felici però di essersi divertiti. No, quando penso al Capodanno, mi viene in mente il Concerto di Capodanno di Vienna, che fin da bambino mi aspetta al risveglio, entra in casa lui non dal camino, ma dalla televisione, senza barba, per carità, ma con un sacco di belle note, serene, felici e spensierate.

Ecco, ho pensato di scrivere qualche riga sul Concerto di Capodanno per il Corriere MusicaleProsit Neujahr!.

Semplice, no?

28 dicembre 2011 by

Povero Schroeder

23 dicembre 2011 by

Diceva Schulz in una qualche intervista che l’idolo del piccolo Schroeder avrebbe dovuto essere nientemeno che Bach, che però gli sembrava troppo serio.
Intendiamoci, nulla è più serio di un enorme mezzobusto di Beethoven, ma tutto cambia quando questo severissimo faccione fa capolino su un piccolo pianoforte giocattolo come quello di Schroeder.

Dunque niente Bach, ma Beethoven, con l’idea incredibilmente gloriosa, maestosa, e forse anche un po’ antipatica che la storia gli ha costruito attorno; Beethoven tutto d’un pezzo, di bronzo, sul pianoforte di un bambino che più piccolo non si potrebbe. Ed è per questo che mi piace citare tra le più riuscite descrizioni di Schroeder quella che lo scrittore Jonathan Franzen fa nella sua prefazione al quarto volume della imperdibile (e lodevolissima) serie Complete Peanuts: “(Un bambino) le cui ambizioni a misura di Beethoven sono realizzate su un pianoforte giocattolo con una sola ottava”. Manca solo una delle “tre B” della grande musica: Brahms. E allora, oggi che sono così preso dalla musica di Ludwig e Johannes, mi torna in mente questa meravigliosa striscia dei Peanuts, che così bene riesce a riassumere quel misto di divertente genialità e dolce tenerezza che accompagna ognuno dei 17897 regali che Charles Schulz ci ha fatto, senza aver bisogno di mettersi quel goffo abito rosso, senza quella barba bianca come la neve.

(per chi non conoscesse l’inglese, nessun problema, eccola qui tradotta

E niente, senza Schulz e i suoi bimbi la vita sarebbe peggiore.

Se ne volete altre, di strisce sulla musica, fatevi sentire 🙂 

Carlos

17 dicembre 2011 by

Il finale della quarta sinfonia di Brahms diretto da Carlos Kleiber.
Nient’altro da dichiarare.


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