Archive for the ‘Generale’ Category

Hans Werner Henze (1926-2012)

27 ottobre 2012

Il grande compositore tedesco Hans Werner Henze è morto oggi a Dresda.
La notizia ha fatto il giro di tutti i maggiori (e minori) siti d’informazione mondiali, ma non v’è traccia del triste evento sulle testate italiane – con la sempre lodevole eccezione del Corriere musicale, scusate il conflitto d’interessi. Tra le parole che ho letto, mi va di citare alcuni passaggi dal ricordo apparso sul sito dello storico editore di Henze, Schott:

Con la morte di Hans Werner Henze abbiamo perso uno dei più importanti e influenti compositori del nostro tempo. Nel corso di una lunga carriera artistica, la sua visione musicale si è dimostrata senza limiti: più di 40 lavori di scena, 10 sinfonie, concerti, lavori da camera, oratori, cicli di canzoni, e un Requiem creato da nove Concerti sacri. Ciò che è unico nella sua opera è l’unione di bellezza senza tempo e impegno contemporaneo, avanguardistico. Scelse di vivere nel paesaggio classico dei colli Albani, poco fuori Roma, e lì trovò il suo personale e armonioso equilibrio tra vita e arti, dedicandosi ai suoi molti e concreti progetti, convivendo generosamente col suo compagno Fausto Moroni per cinque decadi, e ritirandosi nel suo studio e nelle sue partiture.

Il ricordo prosegue con un’analisi della carriera artistica di Henze e dei suoi principali lavori. Ho pensato di proporvi l’ascolto di qualcuno di essi, piuttosto che tradurre l’elenco, e di aggiungere alcuni brani scelti personalmente, senza pretesa alcuna di voler rappresentare esaustivamente tutta la sua – vastissima e variegatissima – parabola musicale.







Infine, Schott torna al ricordo della vita e della passione del compositore, che egli stesso ha raccontato in “Canti di viaggio. Una vita”, uscito nel 2005 per Il saggiatore.

Nel 1976 Henze fonrò il Cantiere d’Arte di Montepulciano, e nel 1988 la Münchener Biennale, restando direttore artistico di entrambi fino al 1994. Con queste e altre iniziative Henze ha trasmesso la sua immensa esperienza ai giovani compositori, insegnanti, musicisti e semplici appassionati, “perché comporre è un mestiere, e ogni mestiere si nutre di esperienza”.

Con l’irremovibile coraggio delle sue convinzioni, ma anche con la sua gioia di vivere, il suo amore del bello e della natura, lo spirito inarrestabile di Henze ci rivela un uomo che non ha mai perso l’orizzonte delle sue aspirazioni artistiche, a dispetto di molte sofferenze personali e delle ferite della storia. Per lui, comporre era un impegno etico e una via di espressione personale. Aveva il bisogno di scrivere, con implacabile auto-disciplina, e ciò costituì l’ancora a cui aggrapparsi per trovare scampo nei momenti più oscuri. Henze disse che la musica “è l’opposto del peccato – è la redenzione, la Terra promessa.”

Noi, suoi editori, abbiamo avuto il privilegio di accompagnarlo su questa terra per quasi sessant’anni. È con profonda tristezza, ma con immensa gratitudine per la sua vita, che prendiamo commiato, oggi, da Hans Werner Henze.

Wisława Szymborska

2 febbraio 2012

Qualche settimana fa il Corriere della Sera ha lanciato una bella serie di libri dedicata ai grandi poeti del Novecento. Il primo volume, in omaggio o poco meno, conteneva i versi di una poetessa polacca: Wisława Szymborska, per me fino ad allora sconosciuta. Leggo poesie da qualche tempo, non a tempo pieno, a dire il vero, ma sento di amare molto quel mezzo espressivo, che trovo profondamente affine, vicino, alla musica. Poeti polacchi, poi, ne conoscevo praticamente nessuno, anzi solo uno: Czesław Miłosz, uno dei grandissimi. Ce n’è voluto poco, di tempo, perché quel volumetto pagato quattro soldi si rivelasse un dono meraviglioso: i versi della Szymborska sono semplicemente splendidi, colmi di colore, ironia, gusto. E bellezza, una bellezza che salta fuori da tutti gli angoli di quelle lettere su carta, da ogni paradosso, scherzo, gioco che esse compoiono. Purtroppo, oggi Wisława ci ha lasciati, e per ringraziarla di esserci stata e di averci regalato i suoi pensieri in versi, mi va di riportare qui sotto una delle sue poesie, senza voler scegliere la mia preferita, o la più nota, ma semplicemente una che dimostri quanto fosse ricco il suo lirismo, pur alle prese con l’inevitabile. Perché sì, davanti ad alcune cose ci vuole serietà, ma senza esagerare.

Sulla morte, senza esagerare

Non s’intende di scherzi,
stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.

Quando conversiamo del domani
intromette la sua ultima parola
a sproposito.

Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara,
né rassettare il disordine che lascia.

Occupata ad uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.

Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo!

A volte le manca la forza
di far cadere una mosca in volo.
Più di un bruco
la batte in velocità.

Tutti quei bulbi, baccelli,
antenne, pinne, trachee,
piumaggi nuziali e pelame invernale
testimoniano i ritardi
del suo svogliato lavoro.

La cattiva volontà non basta
e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
è, almeno finora, insufficiente.

I cuori battono nelle uova.
Crescono gli scheletri dei neonati.
Dai semi spuntano le prime due foglioline,
e spesso anche grandi alberi all’orizzonte.

Chi ne afferma l’onnipotenza
è lui stesso la prova vivente
che essa onnipotente non è.

Non c’è vita
che almeno per un attimo
non sia immortale.

La morte
è sempre in ritardo di quell’attimo.

Invano scuote la maniglia
d’una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto.

Giornata della Memoria

27 gennaio 2012


Per ogni appassionato di musica, la Giornata della Memoria ha un doppio valore, quasi un significato particolare. Non solo si ricorda la pagina più buia e insensata dello scorso secolo, ma cade anche un nuovo anniversario della nascita di Wolfgang Amadeus Mozart. Sebbene, giustamente, la Giornata della Memoria venga spesso identificata con il ricordo dell’Olocausto (a maggior ragione poiché cade nel giorno dell’apertura dei cancelli di Auschwitz), essa è dedicata, più in generale, alla memoria di tutte le vittime della follia nazifascista, all’atrocità delle leggi raziali, nonché alla persecuzione degli oppositori del regime. Mi permetto, personalmente, di includere in questa triste lista anche il ricordo, più generale, delle vittime di tutti i massacri, i genocidi, le folli persecuzioni compiute dalle altri atroci tirannie che hanno segnato il Novecento, talvolta passando sottotraccia, dalla porta dei vincitori. E mi preme anche il desiderio di ricordare gli artisti che vennero etichettati come degenerati dai nazisti. Per quanto riguarda la musica, furono inclusi nella entartete musik molti tra i più grandi compositori di inizio Novecento, nonché, più in generale, correnti innovative come il jazz. Nonostante questa enorme ingiustizia, quegli stessi compositori continuarono nella loro opera contro ogni difficoltà, ove fu possibile, anche da deportati nei campi di concentramento, quando all’accusa di comporre musica degenerata si aggiunse anche l’innocente colpa di essere ebrei. Come forse già saprete se mi leggete da tempo, nessuna frase mi sembra più adatta al ricordo di questi compositori di quella pronunciata da Igor Stravinskij in ricordo di Anton Webern, degenerato anch’egli, nonostante alcune ambiguità non chiariscano definitivamente le sue simpatie più o meno reali per il nazismo. Stravinskij disse di Webern:

Destinato al fallimento totale in un sordo mondo di ignoranza e indifferenza, egli inesorabilmente continuò a intagliare i suoi diamanti, i suoi abbaglianti diamanti, delle cui miniere aveva una conoscenza perfetta.

Congiungendo dunque il ricordo delle atrocità del Novecento e l’ammirazione per il grande genio di Mozart, mi piace oggi, come ogni anno, riflettere su ciò che l’intelligenza dell’uomo ha saputo produrre di più inumano e crudele, da una parte, e di più sovrumano e sublime, dall’altra. Affido i miei pensieri a questa pagina straordinariamente profonda e toccante.

Alexis Weissenberg, la Rai, l’Auditel (e la triste perdita di Gustav Leonhardt)

17 gennaio 2012

Aggiornamento: Ho scritto questo post nel primo pomeriggio, prima di venire a conoscenza della scomparsa di Gustav Leonhardt, musicista inarrivabile la cui importanza è pari solo al peso della sua perdita. Al ricordo di Gustav Leonhardt e Alexis Weissenberg, due grandissimi musicisti che ci hanno lasciato negli ultimi giorni, dedico questo post che, pur con toni certamente non adatti alla triste occasione, vuol essere unicamente una appassionata dichiarazione d’amore per la cultura, l’arte, e tutte le altre cose belle e importanti che vale la pena di conoscere, diffondere e amare.

La Radiotelevisione Svizzera, lei sì, ha deciso di regalarci un ricordo del recentemente scomparso Alexis Weissenberg, grande pianista bulgaro. Ora, il documentario (trovate il link in fondo al post) è talmente bello che non posso che raccomandarvi di guardarlo, almeno fin quando dura la sua presenza in rete, chissà che prima o poi non decidano di toglierlo dal loro sito. Questo documentario, trasmesso sulla prima rete della RSI, mi fa poi venire in mente che la nostra misera e miserabile RAI, che trenta o quarant’anni fa spargeva cultura e sapere da tutti i pori, adesso è ridotta a un cumulo di intrattenimento superficiale, tribune politiche poco tribune, poco politiche, e molto imbarazzanti, e davvero poco altro. Se riesce a salvarsi Fazio, con il suo trionfo di nazionalpopulismo che finisce per sembrare un’oasi di salvifica profondità, pensate come siamo messi male. E pensate anche che la nostra cara RAI ne produce eccome di eventi magnifici. Produce la prima della Scala, che però relega sul quinto canale, che qui dove vivo neppure si vede, così come produce una marea di altri eventi musicali o (diversamente) culturali, che però finisce per vendere alle altre reti televisive mondiali che, loro sì, sono a tal punto stupide da pensare che la gente voglia addirittura abbeverarsi alla fonte della cultura, piuttosto che guardare sempre quattro stronzi di opinionisti che un’opinione non ce l’hanno, ma che ci tengono a farti sapere ciò che non-pensano del delitto di Avetrana. E mi sono permesso di parafrasare qui Carmelo Bene, uno che le sue meraviglie poteva farle passare in televisione trent’anni fa, quando la RAI era ancora la RAI, quella miniera d’oro di gioielli in un polveroso archivio; Carmelo Bene che oggi, presumo, alla RAI non chiamerebbero neppure per pulire i cessi, non dico mica per far cultura, per regalarci capolavori. Carmelo Bene, o Claudio Abbado, o Vittorio Gassman e Monicelli, che a leggerci su il simbolo RAI, sui loro capolavori, quasi non capisci perché. Guardavo l’altro giorno lo sceneggiato I fratelli Karamazov, di Bolchi: meraviglia. Ci leggevo su il simbolo RAI: perché? Certo, qualcuno mi dirà, c’è tipo il giovedì notte alle 3:30 (annunciate, che poi diventano le 4:56) La musica di Rai Tre, tra l’altro negli stessi quartieri dell’altro stra-lodevole Fuori orario. Che culo, signori, scusate il francesismo, ma che culo! Con tutte le cose inutili che manda in onda Rai Tre (ma anche gli altri due canali), figurarsi se il povero concerto delle tre del mattino dovrebbe star lì a preoccuparsi troppo dell’Auditel, se messo in onda alle 16, o alle 17. Non chiedo mica la prima serata, per carità, quella lasciamola alle cose serie tipo l’ennesima fiction inutile, o il Circo di Montecarlo, o la seicentesima replica del documentario sul nazismo che ormai ha lo stesso senso di Più forte ragazzi contemporaneamente su Rete 4.

Mi scusasse Weissenberg per questa tirata, ero partito solo per parlare del documentario, ma non ce l’ho fatta.
Grazie, Radiotelevisione svizzera, per questo stupendo documentario:
http://la1.rsi.ch/home/networks/la1/cultura/Paganini/2012/01/11/paganini-15-ricordo.html#Video

Semplice, no?

28 dicembre 2011

Povero Schroeder

23 dicembre 2011

Diceva Schulz in una qualche intervista che l’idolo del piccolo Schroeder avrebbe dovuto essere nientemeno che Bach, che però gli sembrava troppo serio.
Intendiamoci, nulla è più serio di un enorme mezzobusto di Beethoven, ma tutto cambia quando questo severissimo faccione fa capolino su un piccolo pianoforte giocattolo come quello di Schroeder.

Dunque niente Bach, ma Beethoven, con l’idea incredibilmente gloriosa, maestosa, e forse anche un po’ antipatica che la storia gli ha costruito attorno; Beethoven tutto d’un pezzo, di bronzo, sul pianoforte di un bambino che più piccolo non si potrebbe. Ed è per questo che mi piace citare tra le più riuscite descrizioni di Schroeder quella che lo scrittore Jonathan Franzen fa nella sua prefazione al quarto volume della imperdibile (e lodevolissima) serie Complete Peanuts: “(Un bambino) le cui ambizioni a misura di Beethoven sono realizzate su un pianoforte giocattolo con una sola ottava”. Manca solo una delle “tre B” della grande musica: Brahms. E allora, oggi che sono così preso dalla musica di Ludwig e Johannes, mi torna in mente questa meravigliosa striscia dei Peanuts, che così bene riesce a riassumere quel misto di divertente genialità e dolce tenerezza che accompagna ognuno dei 17897 regali che Charles Schulz ci ha fatto, senza aver bisogno di mettersi quel goffo abito rosso, senza quella barba bianca come la neve.

(per chi non conoscesse l’inglese, nessun problema, eccola qui tradotta

E niente, senza Schulz e i suoi bimbi la vita sarebbe peggiore.

Se ne volete altre, di strisce sulla musica, fatevi sentire 🙂 

Kleiber, Celibidache e quel telegramma di Toscanini dal Paradiso

6 luglio 2011

Carlos Kleiber ed Herbert von Karajan

Leggerei questa storia per metà dell’eternità e poi mi piacerebbe passare l’altra metà a raccontarla a chi ama la musica, nella speranza di vedere negli occhi di chi ascolta il divertimento che forse riempie i miei. No, forse no, ma era bello scriverlo. I protagonisti dell’aneddoto che vi racconto oggi sono Carlos Kleiber, direttore tanto grande quanto riservato, e Sergiu Celibidache, altro grande direttore, molto meno riservato, pieno di giudizi non proprio lusinghieri su praticamente tutti i suoi colleghi. Nessuno escluso, forse De Sabata.
Nel 1989 Celibidache rilascia un’intervista velenosissima nella quale dice cose pesantine su alcuni colleghi, quasi tutti morti. L’unico ancora in vita è Herbert von Karajan, il direttore più celebre del secolo, osannato a destra e manca, ma anche aspramente criticato per alcune scelte e per alcune idee sulla gestione del rapporto con l’orchestra. Tra Celibidache e Karajan la frattura è sempre stata netta, fin da quando i filarmonici di Berlino, dopo un’astuta mossa di Karajan, scartarono il rumeno Sergiu per la successione a Furtwaengler, e scelsero proprio l’astro nascente Herbert. Celibidache, che riferisce anche di essere un adepto del buddismo zen, dice senza problemi la sua opinione sugli illustri colleghi del novecento: Toscanini è “una fabbrica di note”, Boehm “un sacco di patate che non ha diretto una sola battuta di musica in vita sua”, Knappertsbusch “uno scandalo” (“totalmente non-musicale”), Furtwaengler un “pessimo direttore”; e poi ecco la stoccata finale a Karajan: “tremendo, o è un ottimo uomo d’affari, o è sordo”.

Carlos Kleiber, pur nella sua estrema riservatezza (non ha mai concesso interviste), grandissimo ammiratore di Karajan, scrive di suo pugno una lettera al Der Spiegel, che aveva pubblicato l’intervista di Celibidache. Nella lettera afferma di aver ricevuto un telegramma di Arturo Toscanini direttamente dal Paradiso, da consegnare come risposta a Celibidache. Lo ammetto: ho sempre avuto il sospetto che sia stato lo stesso Kleiber a scrivere il telegramma di suo pugno, ma non ho prove, quindi non voglio sbilanciarmi.
Ecco il testo del telegramma di Toscanini, ricevuto da Kleiber e inviato per risposta a Celibidache:

Telegramma di Toscanini (Cielo) a Celibidache (terra)

Caro Sergiu!
abbiamo letto di te sullo Spiegel. Ci stai sui nervi, ma ti perdoniamo. Non ci resta mica altro da fare: qui su il perdono è di bon ton.
Karli-saccodipatate (Karl Boehm, nota mia) se l’è presa mica poco ma siccome Kna (Knappertsbusch) ed io gli abbiamo assicurato che è molto musicale, a quel punto ha smesso di lamentarsi. Wilhelm (Furtwaengler) ha dichiarato seccamente che di te non ha mai sentito parlare. Papà Joseph (Haydn), Wolfgang Amadeus, Ludwig, Johannes (Brahms) e Anton (Bruckner) dicono di preferire i secondi violini a destra e che i tuoi tempi sono tutti cannati. Ma non è che possono tanto occuparsi di cagate. Qui su non ci si può trastuallare con le cagate, il Boss non vuole. Un maestro Zen che sta qui vicino ha detto che tu di Buddismo Zen non hai mai capito un accidente. Bruno (Walter) si è mezzo ammmazzato dal ridere leggendo i tuoi pensieri. Ho il sospetto che condivida il tuo giudizio su me e su Karli: forse potresti spararne qualcuna anche su di lui, che sennò si sente escluso… Mi spiace molto di doverti dire che qui su siamo tutti pazzi di Herbert (von Karajan): i direttori d’orchestra ne sono anche un po’ invidiosi. Non vediamo l’ora di accoglierlo qui su fra noi fra quindici o vent’anni… Peccato tu non possa essere qui fra noi. Ma si dice che là dove andrai a finire si bollisce meglio e le orchestre provano senza mai fermarsi. Fanno anche errori apposta, così tu potrai correggerli per l’Eternità. Sono certo che ti piacerà un sacco, Sergiu.
Qui su gli Angeli leggono direttamente negli occhi dei compositori, noi direttori ci limitiamo ad ascoltare.
Dio solo sa come sono finito qui.

Il tuo caro Arturo ti augura buon divertimento.

Il canto della terra

19 maggio 2011

Claudio Abbado dirige il Canto della Terra e l'Adagio dalla Sinfonia n.10 di Mahler nel centenario della morte del compositore

C’è questo vecchietto con gli occhi lucidi a Berlino. Si chiama Claudio e ormai è magro come la bacchetta che usa per dipingere la musica. Ha gli occhi lucidi perché ha appena finito di dipingere “L’addio” dal Canto della Terra, per la prima volta. Con lo spartito, dico, un vecchietto di nome Claudio con lo spartito a Berlino. Il Canto della Terra è una disperata dichiarazione d’amore per la vita di un signore che si chiama Gustav e che ci ha lasciati cent’anni più un giorno fa. La sua dichiarazione d’amore per la vita passa per l’amore che prova nei confronti di Alma, sua moglie, che però lo tradisce con un architetto. Non scherzo: un architetto. Lo tradirà anche la vita, di lì a poco, e lui lo sa; è per questo che ci regala questo canto meraviglioso e poi ancora un’altra cosetta: la nona sinfonia. Tutti lo tradiscono e lui in cambio riempie il mondo di bellezza. Almetta mia crepare di maggio ci vuole tanto troppo coraggio. A Berlino cent’anni e un giorno dopo c’è tanta gente che ringrazia Gustav e il vecchietto con lo spartito. Ci sono così tante lacrime in giro che si fa fatica a stare a galla.

Wladyslaw Szpilman, Il pianista

31 marzo 2010

Władysław Szpilman

L’argomento principale di questo blog è la musica. La mia passione principale è la musica. Analogamente, per Władysław Szpilman, pianista polacco, la principale ragione di vita era la musica. Poi arrivarono i tedeschi a sconvolgere la sua vita.

Molti di voi conosceranno il capolavoro di Roman Polanski “Il pianista”, film acclamatissimo negli ultimi anni. Forse non tutti però saprete che il film è stato tratto da un racconto autobiografico. Bene, oggi più che parlare della carriera di Szpilman parlerò della sua straordinaria vicenda, raccontata nel libro “Il pianista – Varsavia 1939-1945: la straordinaria storia di un sopravvissuto”.

Nota: l’articolo contiene anticipazioni sulla storia del pianista polacco. E’ chiaro comunque che chi avesse visto il film e non letto il libro può tranquillamente proseguire nella lettura, visto che conosce già nei dettagli l’intera vicenda.

Come dicevo, Władysław Szpilman fu un pianista polacco di grande talento, oggi noto quasi esclusivamente per la straordinaria storia raccontata in questo libro.
La violenza della conquista della Polonia da parte della Germania nazista fu poca cosa se paragonata alla durissima repressione degli ebrei che venne messa in opera negli anni ’40-’45, soprattutto a Varsavia, sede di uno spaventoso e spettrale ghetto nel quale gli ebrei residenti nella città vennero confinati. Szpilman, ebreo benestante, fu dapprima privato di ogni bene e rinchiuso nel ghetto al pari dei suoi sfortunati concittadini ebrei, e fu in seguito destinato alla deportazione, avendo avuto la fortuna di sopravvivere ad un grande numero di esecuzioni sommarie (e di una crudeltà immane). Tuttavia la sua notorietà (lavorava come pianista alla Radio di Varsavia) gli risultò d’aiuto nell’evitare la deportazione, che però toccò in sorte a tutta la sua famiglia. Nella prima parte del racconto Szpilman si occupa di raccontare splendidamente l’inasprimento delle misure a carico degli ebrei. La privazione della libertà, è storia, venne attuata con un crescendo sinistro e preoccupante, ma in mondo che ogni misura apparisse un insignificante passo ulteriore rispetto alla precedente. Del resto è altrettanto noto che i tedeschi fossero molto abili nel dissimulare, nel nascondersi dietro una crudele ipocrisia. Le menzogne che ben conosciamo e che attendevano i deportati all’ingresso dei campi di concentramento erano solo il culmine delle menzogne che in ogni occasione venivano raccontate agli ebrei e a tutto il resto della popolazione. Molti ebrei, comunque, sapevano cosa li aspettasse, almeno a Varsavia: Szpilman nell’affermare questo è categorico. Lui stesso, però, ammette di non aver creduto per molto tempo ai foschi racconti provenienti da chi aveva avuto modo di venire a conoscenza dei piani dei tedeschi, salvo poi ricredersi col passare dei mesi e con l’aumento della violenza ingiustificata.
Il ghetto di Varsavia veniva periodicamente sgomberato. I circa quattrocentomila abitanti dei due ghetti (uno piccolo, l’altro più grande e devastato) vennero deportati in più fasi. I tedeschi lasciavano vivere coloro che potevano offrire i loro servigi per uno scopo qualsiasi. Viene narrato ad esempio che un certo numero di ebrei, tra cui lo stesso Szpilman, vennero impiegati per lavorare al disfacimento di porzioni del ghetto stesso una volta terminata la parte principale dello sgombero. Altri ebrei vennero tenuti vivi solo perché c’era la necessità di lavorare all’ammodernamento dell’abitazione di un gerarca delle SS. Inutile sottolineare il fatto che alla fine del lavoro fossero tutti uccisi.
Gli anni più terribili, per Szpilman, furono i lunghi anni in cui, ormai privo di un lavoro che potesse giustificarne la sopravvivenza, fu costretto a nascondersi in appartamenti di fortuna messi a disposizione da conoscenti non ebrei che riuscirono a ricevere i suoi disperati messaggi d’aiuto. Che fossero semplici civili oppure militanti del movimento di resistenza polacco, questi esseri umani furono senz’altro degli eroi, dato l’enorme rischio che correvano nel proteggere un ebreo. In quei lunghi mesi passati nel terrore di essere scoperto dalla Gestapo, Szpilman riuscì a sopravvivere vivendo nel silenzio più assoluto e nella più assoluta mancanza di qualsiasi tipo di bene: dal cibo, che gli veniva portato in dosi minime a scadenze sempre più allungate, a beni materiali di minor valore eppure di compagnia in situazioni simili (libri, giornali). Szpilman racconta di aver passato intere settimane a ripassare mentalmente ogni conoscenza acquisita in passato; che si trattasse di musica, di letteratura o di lingua inglese, poco importa. Terribili sono le pagine in cui racconta come tentasse di escogitare un modo per togliersi la vita rapidamente nel caso di una irruzione della polizia tedesca. Tuttavia riuscì a nascondersi efficacemente e a sottrarsi a tutte le successive evacuazioni prefissate del ghetto. Venne poi il periodo della eroica ribellione dei non molti superstiti nel ghetto, sanguinosamente sedata dai tedeschi, pur con moltissime perdite. Szpilman stesso, prima di essere costretto a nascondersi nei vari appartamenti, aveva partecipato alla delicatissima preparazione della rivolta, riuscendo a condurre nel ghetto alcune armi.
Fu però il 1944 l’anno più duro per il pianista polacco. I tedeschi presero a distruggere tutte le abitazioni di Varsavia: Hitler aveva deciso di radere al suolo l’intera città. Fu così che Szpilman non ebbe neanche più una casa in cui nascondersi: trascorse un intero anno vagando per le distrutte strade di Varsavia alla ricerca di cibo e acqua. Gli capitò di nascondersi tra i numerosissimi cadaveri abbandonati per strada, pur di sfuggire ad improvvise apparizioni di soldati tedeschi nelle deserte vie di Varsavia. Fu anche costretto a bere acqua piena di cenere e di parassiti pur di sopravvivere tra i feroci morsi della fame e della sete. Eppure, proprio quando la disperazione stava per averla vinta, un ufficiale tedesco della Wehrmacht lo scoprì mentre curiosava in un edificio alla ricerca di qualcosa da mangiare. Szpilman non lo sapeva, ma quell’edificio era destinato a diventare un quartier generale tedesco.
Il nome dell’ufficiale della Wehrmacht (corpo peraltro spesso distintosi per maggiore umanità rispetto agli altri corpi dell’esercito tedesco) era Wilm Hosenfeld. Questo nome è davvero poco conosciuto, molto meno di quanto meriterebbe.
Szpilman, probabilmente rassegnato all’idea della morte, dopo tanti anni di sofferenza e di fuga dai tedeschi, raccontò ad Hosenfeld cosa faceva in quel posto. Hosenfeld gli chiese cosa facesse prima della guerra. Nell’edificio, uno dei pochi ad esser rimasti integri in tutta Varsavia, c’era un vecchio pianoforte mezzo scordato. Hosenfeld chiese a Szpilman di suonargli qualcosa: sono le note del Notturno in Do# minore (e non quelle della prima ballata, presente nel film), ad illuminare gli attimi più emozionanti del racconto.
Hosenfeld chiese in seguito a Szpilman di mostrargli il posto in cui si nascondeva, consigliandogli infine di nascondersi in un sottoscala che era sfuggito finanche allo stesso pianista polacco. Lì, senza fortunatamente mai essere scoperto dai tedeschi, Szpilman sopravvisse per le restanti settimane prima della ritirata tedesca (conseguente all’avanzata sovietica).
Poté sopravvivere solo grazie al cibo portatogli dal comandante Hosenfeld.

Forse non dovrei aggiungere altro, ma mi piace segnalare ancora qualcosa. Innanzitutto la statura di questo racconto, uno dei più belli (forse il maggiore, se ci rifletto meglio) che io abbia letto sull’Olocausto. Ci sono alcuni episodi davvero incredibili e che forse potrebbero anche sembrare inventati, se non conoscessimo quali siano le nefandezze commesse dai tedeschi. Eppure anche in questi episodi, difficilmente narrabili, Szpilman riesce ad essere efficace. Non c’è la ricerca del patetico nel suo racconto, ma spesso solo la cronaca, dura e cruda. Szpilman peraltro non lesina critiche anche ai suoi compagni del ghetto, spesso dediti a comportamenti censurabili pur in condizioni del tutto incomprensibili al giorno d’oggi.
Voglio poi aggiungere una cosa fondamentale: alla fine del libro vengono riportati alcuni estratti dal diario personale del comandante Wilm Hosenfeld. E’ incredibile la lucidità con cui il comandante delinea, fin dal 1942, il folle progetto nazista, criticandolo e condannandolo con decisione e raccapriccio. Le sue parole a difesa degli ebrei sono bellissime, senz’altro figlie di una statura morale superiore.
Il commento migliore su Hosenfeld, poi ucciso in un campo di prigionia sovietico, è dello stesso Szpilman, che così lo descrive a conclusione del suo racconto:
“L’unico essere umano con indosso l’uniforme tedesca che io abbia mai conosciuto”.

Concludo dicendo che poche sono le occasioni in cui si può affermare che una trasposizione cinematografica di un testo sia perfettamente compiuta. E’ vero anche che in alcuni casi un film può superare lo scritto da cui è ispirato. Raramente si ha l’impressione di essere davanti a due prodotti di qualità altissima e paragonabile. Il pianista di Polanski certamente rientra in questa categoria. Accade a volte che la cinematografia sia arte pura ed universale. Per alcuni versi Polanski ha firmato un capolavoro dell’arte, senz’altro uno dei più grandi contributi all’arte cinematografica contemporanea che io conosca.
Il film segue con grandissima fedeltà gli eventi narrati nel libro, solo in un paio di occasioni sono presenti sfumature trascurabili e presenti unicamente in quanto richieste dal mezzo cinematografico. Si ritrovano dunque nel film alcuni episodi sconvolgenti narrati da Szpilman che testimoniano la crudeltà dei nazisti, assolutamente insensibili di fronte alla dignità della vita umana, che fosse quella di un anziano paraplegico gettato da un balcone o quella di un neonato trucidato. Polanski è dunque riuscito a tradurre in immagini ed emozioni quello che Szpilman aveva precedentemente tradotto in parola. Questa vicenda reale, in una delle due declinazioni che ho ora citato, è un’opera senza tempo che costituisce una profonda riflessione sull’uomo, sulla crudeltà della quale esso riesce ad essere capace e sull’unica grande virtù che lo differenzia, a volte, dalle bestie: l’umanità.

Vi lascio con la toccante interpretazione del Notturno in Do# minore di un ormai anziano Szpilman:


Soave sia il vento

6 maggio 2009

Benvenuti.

Dedico questo piccolo spazio di web alla mia più grande passione: la Musica, quella vera.

Mi piace l’idea di condividere i miei pensieri e le notizie dal mondo della Musica e della Cultura con chi legge questo blog.

Non riesco a trovare un titolo definitivo per questo piccolo ritaglio, così probabilmente lo cambierò di volta in volta, per seguire le attuali passioni. Oggi si chiama “Soave sia il vento”, in omaggio al meraviglioso trio del Così fan tutte di Mozart.

Prima di intraprendere questo viaggio desidero però rivolgere il mio più profondo pensiero alla città dell’Aquila, che mi ha ospitato negli ultimi tre anni e che amo profondamente.


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