Archivio dell'autore

Claudio Abbado (1933-2014)

22 gennaio 2014

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Alla riscoperta dell’Ottocento francese: stagione 2013-2014 del Palazzetto Bru Zane

12 luglio 2013
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Un concerto al Palazzetto Bru Zane, foto Michele Crosera

Non si finisce mai di sorprendersi di quante meraviglie si nascondano nel patrimonio musicale che i compositori del passato ci hanno lasciato. Fortunatamente, c’è chi dedica la propria vita a questa instancabile e mai sufficientemente lodata opera di riscoperta, spesso senza fare il rumore che sarebbe giusto fare. Così, ho scoperto il Palazzetto Bru Zane, un centro di ricerca veneziano completamente dedicato allo studio e alla promozione della musica del romanticismo francese, alla cui attività propriamente scientifica si affianca una ricchissima iniziativa di concerti e conferenze, nonché un’attività editoriale variegata (partiture, ricerca, produzioni discografiche).

L’attività concertistica (accompagnata da conferenze) giunge con l’edizione 2013-2014 alla quinta stagione. Essa prevede un gran numero di appuntamenti di rilievo, che si svolgono a Venezia, ma con ampie rassegne parallele nel resto d’Italia e d’Europa (c’è un Festival a Parigi, e ci sono coproduzioni e partenariati in Francia, Belgio, Canada…). Come potrete leggere nel programma sul sito (e nell’ottima cartella stampa), ci sono due cicli tematici principali e un ciclo di concerti indipendenti. I cicli tematici sono dedicati ad Alkan (“Il pianoforte visionario”, con interpreti di rilievo come Prosseda, Neuburger, Bellucci, a Venezia dal 28 settembre al 23 ottobre 2013) e a Félicien David (“Da Parigi al Cairo”, a Venezia dal 5 aprile al 17 maggio 2014 con appuntamenti perlopiù cameristici). Il ciclo di concerti indipendenti, sempre a Venezia dal 7 novembre 2013 al 22 marzo 2014, prevede un programma più variegato, sempre piuttosto focalizzato alla riscoperta del romanticismo francese meno noto, ma con alcune incursioni anche nel repertorio meno conosciuto dei grandi nomi tedeschi e francesi di settecento-ottocento-novecento (Mozart, Beethoven, Ravel, solo per citarne qualcuno). Come dicevo, a questi tre cicli principali si affiancano conferenze tematiche e altre produzioni concertistiche – in giro per l’Italia e per l’Europa – ed editoriali.

Per maggiori informazioni: http://www.bru-zane.com (sito ufficiale)
Cartella Stampa stagione 2013-2014

Un cappuccino con Gulda

7 luglio 2013
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Friedrich Gulda, in versione impegnata.

Sorseggiando un cappuccino non troppo buono (due stelle su tre, via, latte troppo caldo, e non dei migliori), leggevo una rivista di Jazz e dintorni: Musica Jazz di marzo, se non sbaglio. C’era quest’articolo molto bello su uno dei grandi pianisti del secolo andato, Friedrich Gulda. Un pazzo, fondamentalmente, forse un genio, sicuramente un talento straordinario e incredibilmente versatile, visto che dopo un po’ di anni dedicati unicamente alla classica, aveva deciso di aprirsi alle contaminazioni più disparate: dal jazz, al blues, fino all’indefinibile. Era anche ringiovanito: sembrava più vecchio nei filmati degli anni cinquanta, in bianco e nero, che in quelli degli anni ottanta. Venerava quasi divinamente Mozart, tanto da riuscire a morire proprio il 27 gennaio, ma non aveva grossi problemi a proporre al pubblico in visibilio certe sue Variazioni su Light my fire dei Doors. Poi, a un certo punto, dopo una carriera tanto incredibile quanto stravagante, ma costantemente tenutasi su livelli altissimi, era impazzito oltre la pazzia: aveva iniziato a darsi alla musica dance, alla discomusic, tanto da tirar fuori un disco – faccio fatica a scriverlo – il cui titolo è Summer Dance. Proprio così, Summer Dance. C’è qualcosa su youtube, ma io preferisco ricordarlo con altro. La spiegazione, il perché di questo senile voler prestare il suo tocco incredibile a quella musica là, l’ho letta oggi in fondo all’articolo, mentre il cappuccino si raffreddava, inesorabilmente, dimenticato lì sul bancone. Mi sembra dica tantissimo, in generale, su quanto anche i geni siano umani e possano teneramente rincoglionire come fanno le persone normali – anzi, standard, per tornare al jazz – con le badanti dell’est, arrivati a una certa età. L’articolo, di cui non ricordo l’autore, abbiate pazienza diceva più o meno così:

Gulda non è mai stato vecchio e non lo sarà mai. C’è di mezzo, piuttosto, il suo amore per una delle cubiste. Non faccio gossip a buon mercato. Il cd Summer Dance della Paradise Production di Gulda, era dedicato con tanto di firma a ‘Polou, chica meravillosa, luz y vida de mis anos tardos’. Succede.

Comunque, Gulda aveva scritto anche cose bellissime. Come questa Aria.
Che è tutto un altro ricordarlo.

Ivo Pogorelich, il trascendente

27 novembre 2012

Ivo Pogorelich

Domenica 25 novembre, all’Aquila, ho avuto la fortuna di assistere a un recital di Ivo Pogorelich, grande pianista croato del quale si è discusso come pochi altri, negli ultimi anni.

Questo il programma:
Chopin:
Polacca op.40 n.2
Notturno op.48 n.1
Sonata op.35
Liszt:
Sonata in si minore.

L’ingresso in sala è stata una delle cose più estranianti della mia esperienza ai concerti. Dopo quattro o cinque gradini scesi in questa grande e antipatica sala pensata per tutt’altro (auditorium della Guardia di Finanza), mi sono accorto che qualcuno stava suonando, al buio, sull’enorme palco, l’Adagio della Patetica di Beethoven, sottovoce e a un tempo molto lento. Avvicinandomi, l’ho visto. Immobile, glaciale, apparentemente in estasi, era Ivo, col suo berretto rosso. Dieci minuti così, ripetendo e variando lo stesso brano come se fosse in trance, tra l’indifferenza generale dei pasoliniani borghesi tutti unti e vestiti per l’occasione della domenica. Tutti persi a discutere di cose stupide e superficiali come la loro stessa apparenza, ignoranti e indifferenti al musicista che mezz’ora dopo avrebbero ascoltato in silenzio religioso, e alla musica, soprattutto.Poi, il concerto. Polacca trascurabilmente brutta, lenta, poco tesa. Notturno strepitoso, pur completamente diverso da quanto ci si possa attendere in una lettura più o meno canonica. Lento, molto, con tinte di volta in volta molto (troppo) accese o, al contrario, meste. Purissimo il cantabile. Una ballata, però, più che un Notturno.

Sonata della marcia funebre un po’ più deludente: primo movimento attaccato a un tempo sensibilmente più lento della norma, e poi continuato con continue variazioni di tempo, spesso molto marcate. Tocco molto bello, comunque, volume di suono che non mi sarei aspettato, non so perché. Secondo movimento meno interessante, anche qui grosso rubato, un po’ meno giustificabile (secondo me). Marcia funebre antipatica, volutamente, all’esordio, ma straordinaria la parte centrale cantabile, lirica. Finale clamoroso.E infine, la sonata di Liszt, che a me piace pochissimo, e che reputo un detestabile capolavoro. Straordinaria, secondo me, nell’interpretazione di Pogorelich. Tecnicamente molto molto solida (mi aspettavo, avendone letto in giro qualche recensione, un pianista ormai impoverito anche nella tecnica), particolarmente azzeccata nei contrasti e negli aspetti che mi sembra di cogliere se penso al pezzo in esame (cesellatura di ogni particolare e caratteristica dello strumento, dalle più limpide possibilità di cantabilità al più aspro timbro percussivo). Per me questa sonata è spesso insopportabile, non ce la faccio a star lì mezz’ora ad ascoltarla. Domenica 40 minuti sono volati in un’esperienza che ricorderò come trascendentale (non mi vengono termini più adatti). Di Filosofia non ne so poi molto, me la cavo un po’ meglio con la Matematica. In Matematica c’è un certo tipo di numeri, li chiamano trascendenti: sono numeri molto particolari, che stanno sotto la famiglia degli irrazionali, ma hanno tutta una serie di caratteristiche che li rende proprio speciali. Ecco, Pogorelich per me è un po’ così: irrazionale, ma non solo, molto di più. Se dovessi fare un paragone per spiegare come fosse davvero la sua Sonata di Liszt, penserei allo Schubert di Richter, e a quel saperti trasportare da un’altra parte, dove lentezza e profondità di congiungono e assumono un significato tutto loro, si tingono di inevitabilità.
Un po’ come se la questione non risiedesse nei tempi lenti, ma nel viaggiare un po’ più vicini alla velocità della luce.

Hans Werner Henze (1926-2012)

27 ottobre 2012

Il grande compositore tedesco Hans Werner Henze è morto oggi a Dresda.
La notizia ha fatto il giro di tutti i maggiori (e minori) siti d’informazione mondiali, ma non v’è traccia del triste evento sulle testate italiane – con la sempre lodevole eccezione del Corriere musicale, scusate il conflitto d’interessi. Tra le parole che ho letto, mi va di citare alcuni passaggi dal ricordo apparso sul sito dello storico editore di Henze, Schott:

Con la morte di Hans Werner Henze abbiamo perso uno dei più importanti e influenti compositori del nostro tempo. Nel corso di una lunga carriera artistica, la sua visione musicale si è dimostrata senza limiti: più di 40 lavori di scena, 10 sinfonie, concerti, lavori da camera, oratori, cicli di canzoni, e un Requiem creato da nove Concerti sacri. Ciò che è unico nella sua opera è l’unione di bellezza senza tempo e impegno contemporaneo, avanguardistico. Scelse di vivere nel paesaggio classico dei colli Albani, poco fuori Roma, e lì trovò il suo personale e armonioso equilibrio tra vita e arti, dedicandosi ai suoi molti e concreti progetti, convivendo generosamente col suo compagno Fausto Moroni per cinque decadi, e ritirandosi nel suo studio e nelle sue partiture.

Il ricordo prosegue con un’analisi della carriera artistica di Henze e dei suoi principali lavori. Ho pensato di proporvi l’ascolto di qualcuno di essi, piuttosto che tradurre l’elenco, e di aggiungere alcuni brani scelti personalmente, senza pretesa alcuna di voler rappresentare esaustivamente tutta la sua – vastissima e variegatissima – parabola musicale.







Infine, Schott torna al ricordo della vita e della passione del compositore, che egli stesso ha raccontato in “Canti di viaggio. Una vita”, uscito nel 2005 per Il saggiatore.

Nel 1976 Henze fonrò il Cantiere d’Arte di Montepulciano, e nel 1988 la Münchener Biennale, restando direttore artistico di entrambi fino al 1994. Con queste e altre iniziative Henze ha trasmesso la sua immensa esperienza ai giovani compositori, insegnanti, musicisti e semplici appassionati, “perché comporre è un mestiere, e ogni mestiere si nutre di esperienza”.

Con l’irremovibile coraggio delle sue convinzioni, ma anche con la sua gioia di vivere, il suo amore del bello e della natura, lo spirito inarrestabile di Henze ci rivela un uomo che non ha mai perso l’orizzonte delle sue aspirazioni artistiche, a dispetto di molte sofferenze personali e delle ferite della storia. Per lui, comporre era un impegno etico e una via di espressione personale. Aveva il bisogno di scrivere, con implacabile auto-disciplina, e ciò costituì l’ancora a cui aggrapparsi per trovare scampo nei momenti più oscuri. Henze disse che la musica “è l’opposto del peccato – è la redenzione, la Terra promessa.”

Noi, suoi editori, abbiamo avuto il privilegio di accompagnarlo su questa terra per quasi sessant’anni. È con profonda tristezza, ma con immensa gratitudine per la sua vita, che prendiamo commiato, oggi, da Hans Werner Henze.

Il cazziatone di Luigi Nono

19 ottobre 2012

Ho trovato su youtube un video clamoroso, che dice moltissimo sull’arte del Novecento, o almeno sull’arte fondata sull’ideologia (mi vengono i brividi solo a scriverlo).

C’è questo compositore grandissimo, Luigi Nono, comunista fino al midollo, ma ironicamente nato con un nome da monarca. Suona la sua musica per la massa, per i compagni comunisti, che gliela fischiano, perché non la capiscono, anzi: non vogliono capirla. Per loro l’arte è un mezzo di propaganda, e lo è anche per Nono, solo che lui ne fa un’avanguardia, piuttosto che un mezzo popolare in senso stretto. C’è una contraddizione di fondo probabilmente irrisolvibile, ma lui se ne disinteressa, e prova a coinvolgere la massa nell’avanguardia. E la massa gliela fischia, l’arte. Poi succede quel che succede: lui cazzia la massa, e la massa applaude, risvegliata da un linguaggio comprensibile fatto delle quattro solite idee: il marxismo, il comunismo, il socialismo, il popolo, la classe operaia, e soprattutto l’imbarazzante “cultura comunista”, come se la cultura avesse segni distintivi. La massa applaude, adesso Nono ha ragione. Non ha ragione per la sua musica, ma per quello che dice, ovvero per un mucchio di esagerate banalità che oggi, per fortuna, ci sembrano vecchie e un po’ imbarazzanti, anche se all’epoca, per un intellettuale figlio del suo tempo, dovevano rappresentare tutt’altra cosa. La contraddizione di fondo dell’educare la massa a suon di slogan-ideologici gli sfugge completamente, anche se si lascia scappare quel bellissimo e illuminante “Dobbiamo usare tutti i mezzi, non solo le chitarre”, come a dire: “Basta con ‘sto Guccini! Io dico le stesse cose con un linguaggio più alto, che fra duecento anni verrà ricordato, senza ricorrere a banalità varie, e voi ascoltate quello lì!”. Ecco, proprio in quella frase lui si mette su un piano più alto che è puramente aristocratico, e distrugge tutto il suo castello di idee: educare la massa è intrinsecamente contraddittorio, perché una massa educata non è più una massa ideologicamente plasmata, è un insieme di individui in grado di ragionare. Per fortuna, al contrario di altra musica, quella di Nono, privata del suo messaggio superficiale (quello ideologico e politico, non quello sociale), resta arte pura e assoluta, ed è per questo che verrà ricordato in futuro. Tutto questo sproloquio, comunque, lo riassume molto meglio di me il primo commento sotto il video, che mi sembra strepitoso, un po’ il 42 (“la risposta alla domanda fondamentale“) dell’arte del Novecento, e non solo:

Bellissimo e raro documento, ma è un documento di sconfitta.
Se la parola è arrivata dove la musica non è arrivata, se le orecchie hanno accolto il facile anziché il difficile, si sono accontentate.
E guai, guai a chi si accontenta del poco avendo davanti a sé il molto.
Nono è morto lì, crocefisso dagli applausi quando erano i fischi a dirgli che aveva ragione.

Stupendo.

Ecco, vi lascio con qualche ascolto dei capolavori di Luigi Nono:



Claudio Abbado inaugura il nuovo Auditorium di Renzo Piano all’Aquila

8 ottobre 2012

Ieri è stato inaugurato il nuovo auditorium voluto da Claudio Abbado e Renzo Piano. Ho avuto il privilegio di poter assistere alle prove e alla prova generale di domenica mattina. Ho pensato allora di scrivere un racconto della storia di questo nuovo auditorium, e della musica che ho ascoltato in questi due giorni.

Lo trovate sul Corriere musicale:
http://www.ilcorrieremusicale.it/laquila-battesimo-per-lauditorium-del-parco-del-castello/

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Magari un giorno, qui tra noi, vi racconto anche la breve chiacchierata di ringraziamento che ho avuto con Claudio 🙂

Buona lettura!

Maurizio Pollini al Festival di Lucerna: l’umana perfezione dell’inevitabile.

10 settembre 2012

Maurizio Pollini

Sono le cinque del mattino e non riesco a chiudere occhio. Maurizio Pollini al Festival di Lucerna, ultime tre sonate di Beethoven: op.109, op.110, op.111. Ho appena finito di ascoltare la registrazione di questo concerto. Sono le tre sonate che più mi emozionano, lo dico subito, e che mai avrei potuto ascoltare da un pianista che tanto amo senza dovermi aspettare emozioni ancor più forti. Dovevo aspettarmelo, diamine.
All’inizio, un incubo, ho pensato che al piano ci fosse un impostore, o che Pollini non stessse bene. In quella 109 c’erano tutti gli errori che un settantenne può permettersi, c’era il Pollini frettoloso e sbilanciato degli ultimi anni, ma tutto questo all’ennesima potenza, così accentuato che anche quegli inevitabili lampi di assoluta bellezza che un pianista colossale sa regalarti (nel terzo movimento, preso a un tempo ben più rapido che in passato), finivano sommersi da più lunghi episodi di incomprensibilità, nei quali la tecnica falliva al pari del senso del ritmo, nei quali la struttura stessa della sonata finiva annegata. Una grande delusione, ma ancor di più un grande senso di sconforto e tristezza, quasi la consapevolezza che quel così grande pianista non potrà più essere lui.
Poi, la 110, ben meglio, con un brutto secondo movimento (anche qui, tempi veloci sporchi e confusi), ma uno straordinario, profondissimo attacco di terzo movimento. Stupefacente. La fuga aveva i suoi problemi, nei passaggi più veloci, perlopiù, sempre con quel senso di inevitabile incalzare dell’ultimo Pollini, ma in definitiva di una bella, perdonabile e necessaria imperfezione. E infine ecco l’incredibile bellezza della vita, l’inattesa gioia di una 111 che solo Pollini può suonare con questa quasi insopportabile intensità, con questa celestiale e terrena grandezza. Primo movimento feroce, più che maestoso, preso (come del resto anche l’Arietta) a un tempo più mosso che in passato, come a fregarsene della mano che invecchia, quando più sopra c’è un cervello animato e appassionato. Non mancano le sbavature, ma sono molte meno che nelle prime due sonate, molte meno di quelle che ci si aspetterebbe da un pianista settantenne che molto ha suonato e vissuto. Un esordio clamoroso. E poi, e poi il miracolo: l’Arietta. Tempo rapido, prima variazione concitata, forse troppo, il ritmo scappa, ecco il Pollini che sembra quasi non resistere alla bellezza della musica, al voler troppo subito suonare quello che segue. Seconda variazione: sembra quasi il suo storico disco degli anni ’70 con le ultime sonate, ma c’è più intensità, c’è l’umana imperfezione. Si va avanti. Si cresce vertiginosamente, tutto sembra finalmente quadrare, la tensione non poteva essere che questa, il tempo non poteva essere un altro: buttate via tutte le altre 111 che avete, non può essere che questa, quella vera. È quasi tutto pronto per quei lunghissimi, infiniti trilli. Arrivano, preceduti da un crescendo magnifico. E sì, sì, il ritmo accelera ancora, ma questa volta sembra inevitabile, ineccepibile: andare a tempo? suvvia, non scherziamo, chi se ne fotte del tempo quando in ballo c’è l’assoluto! Il resto, il crescendo emotivo che precede gli ultimi trilli non ce la faccio nemmeno più a raccontarvelo. È tutto così bello che Pollini non sbaglia più neanche una nota, non si sa come, non si sa chi ci avessero messo su quello sgabello a inizio concerto, tanto fila via liscio, perfetto, questo finale. La perfezione dell’inevitabile, si direbbe, l’unica cosa davvero perfetta che a un uomo sia dato conoscere. Un suono vivissimo, e insieme etereo, quando serve. Appassionato e caldo, rotto solo dal respiro affannoso, partecipe, dell’anziano gigante. Alle cinque del mattino è tutto più bello. Eccole, le ultime note, la ripresa del tema, il disciogliersi di ogni dubbio. E poi quei pochi attimi di silenzio, colmi dell’imbarazzo e del senso di colpa di aver dubitato. Applausi, ovazioni, ce ne dovevano essere altri, lì in sala, a pensarla come me. Quasi mi viene da piangere: come posso aver dubitato di te, Maurizio? Merito di non dormire: poco male, se c’è la tua musica a farmi compagnia mentre faccio penitenza.

Non ho certo intenzione di lasciarvi a bocca asciutta, anzi, mi va oggi più che mai di condividere con voi le emozioni di un ascolto. Ecco dunque le registrazioni delle tre sonate, con una doverosa premessa: vuoi per colpa della trasmissione radiofonica, vuoi per colpa della mia modalità di registrazione (il sito drivecast.eu), le Sonata op.109 e op.111 mancano di qualche battuta iniziale. È un gran peccato, ma non sempre nell’inevitabile c’è proprio tutta la perfezione che serve 🙂
(se qualcuno avesse notizia di registrazioni prive di questo inconveniente, beh, non esitasse a informarmi!)

Sonata op.109
Sonata op.110
Sonata op.111
(download tramite DepositFiles)

un assaggio (e che assaggio!) da youtube:


Buon ascolto!

La musicassetta compie 50 anni!

3 febbraio 2012

Tra le infinite nostalgie dell’infanzia, una speciale che ogni tanto si risveglia è quella delle musicassette. Ne ho ovunque, per casa. Ce ne sono di originali, tantissime, quasi tutte con musica classica, molte con opere. E poi ci sono quelle cassette preparate da amici, delle vere e proprie playlist ante-litteram. E infine, le cassettine con i giochi per il vecchio Commodore 64, che adesso se ne sta al freddo in garage, in attesa di uno dei periodici ritorni di fiamma!

Ecco, la vecchia cara musicassetta, con tutti i suoi pregi e difetti, ha deciso di compiere 50 anni, e allora ho scritto quest’articoletto per il Corriere musicale: La musicassetta compie 50 anni!.

Wisława Szymborska

2 febbraio 2012

Qualche settimana fa il Corriere della Sera ha lanciato una bella serie di libri dedicata ai grandi poeti del Novecento. Il primo volume, in omaggio o poco meno, conteneva i versi di una poetessa polacca: Wisława Szymborska, per me fino ad allora sconosciuta. Leggo poesie da qualche tempo, non a tempo pieno, a dire il vero, ma sento di amare molto quel mezzo espressivo, che trovo profondamente affine, vicino, alla musica. Poeti polacchi, poi, ne conoscevo praticamente nessuno, anzi solo uno: Czesław Miłosz, uno dei grandissimi. Ce n’è voluto poco, di tempo, perché quel volumetto pagato quattro soldi si rivelasse un dono meraviglioso: i versi della Szymborska sono semplicemente splendidi, colmi di colore, ironia, gusto. E bellezza, una bellezza che salta fuori da tutti gli angoli di quelle lettere su carta, da ogni paradosso, scherzo, gioco che esse compoiono. Purtroppo, oggi Wisława ci ha lasciati, e per ringraziarla di esserci stata e di averci regalato i suoi pensieri in versi, mi va di riportare qui sotto una delle sue poesie, senza voler scegliere la mia preferita, o la più nota, ma semplicemente una che dimostri quanto fosse ricco il suo lirismo, pur alle prese con l’inevitabile. Perché sì, davanti ad alcune cose ci vuole serietà, ma senza esagerare.

Sulla morte, senza esagerare

Non s’intende di scherzi,
stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.

Quando conversiamo del domani
intromette la sua ultima parola
a sproposito.

Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara,
né rassettare il disordine che lascia.

Occupata ad uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.

Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo!

A volte le manca la forza
di far cadere una mosca in volo.
Più di un bruco
la batte in velocità.

Tutti quei bulbi, baccelli,
antenne, pinne, trachee,
piumaggi nuziali e pelame invernale
testimoniano i ritardi
del suo svogliato lavoro.

La cattiva volontà non basta
e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
è, almeno finora, insufficiente.

I cuori battono nelle uova.
Crescono gli scheletri dei neonati.
Dai semi spuntano le prime due foglioline,
e spesso anche grandi alberi all’orizzonte.

Chi ne afferma l’onnipotenza
è lui stesso la prova vivente
che essa onnipotente non è.

Non c’è vita
che almeno per un attimo
non sia immortale.

La morte
è sempre in ritardo di quell’attimo.

Invano scuote la maniglia
d’una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto.


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