Ivo Pogorelich, il trascendente

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Ivo Pogorelich

Domenica 25 novembre, all’Aquila, ho avuto la fortuna di assistere a un recital di Ivo Pogorelich, grande pianista croato del quale si è discusso come pochi altri, negli ultimi anni.

Questo il programma:
Chopin:
Polacca op.40 n.2
Notturno op.48 n.1
Sonata op.35
Liszt:
Sonata in si minore.

L’ingresso in sala è stata una delle cose più estranianti della mia esperienza ai concerti. Dopo quattro o cinque gradini scesi in questa grande e antipatica sala pensata per tutt’altro (auditorium della Guardia di Finanza), mi sono accorto che qualcuno stava suonando, al buio, sull’enorme palco, l’Adagio della Patetica di Beethoven, sottovoce e a un tempo molto lento. Avvicinandomi, l’ho visto. Immobile, glaciale, apparentemente in estasi, era Ivo, col suo berretto rosso. Dieci minuti così, ripetendo e variando lo stesso brano come se fosse in trance, tra l’indifferenza generale dei pasoliniani borghesi tutti unti e vestiti per l’occasione della domenica. Tutti persi a discutere di cose stupide e superficiali come la loro stessa apparenza, ignoranti e indifferenti al musicista che mezz’ora dopo avrebbero ascoltato in silenzio religioso, e alla musica, soprattutto.Poi, il concerto. Polacca trascurabilmente brutta, lenta, poco tesa. Notturno strepitoso, pur completamente diverso da quanto ci si possa attendere in una lettura più o meno canonica. Lento, molto, con tinte di volta in volta molto (troppo) accese o, al contrario, meste. Purissimo il cantabile. Una ballata, però, più che un Notturno.

Sonata della marcia funebre un po’ più deludente: primo movimento attaccato a un tempo sensibilmente più lento della norma, e poi continuato con continue variazioni di tempo, spesso molto marcate. Tocco molto bello, comunque, volume di suono che non mi sarei aspettato, non so perché. Secondo movimento meno interessante, anche qui grosso rubato, un po’ meno giustificabile (secondo me). Marcia funebre antipatica, volutamente, all’esordio, ma straordinaria la parte centrale cantabile, lirica. Finale clamoroso.E infine, la sonata di Liszt, che a me piace pochissimo, e che reputo un detestabile capolavoro. Straordinaria, secondo me, nell’interpretazione di Pogorelich. Tecnicamente molto molto solida (mi aspettavo, avendone letto in giro qualche recensione, un pianista ormai impoverito anche nella tecnica), particolarmente azzeccata nei contrasti e negli aspetti che mi sembra di cogliere se penso al pezzo in esame (cesellatura di ogni particolare e caratteristica dello strumento, dalle più limpide possibilità di cantabilità al più aspro timbro percussivo). Per me questa sonata è spesso insopportabile, non ce la faccio a star lì mezz’ora ad ascoltarla. Domenica 40 minuti sono volati in un’esperienza che ricorderò come trascendentale (non mi vengono termini più adatti). Di Filosofia non ne so poi molto, me la cavo un po’ meglio con la Matematica. In Matematica c’è un certo tipo di numeri, li chiamano trascendenti: sono numeri molto particolari, che stanno sotto la famiglia degli irrazionali, ma hanno tutta una serie di caratteristiche che li rende proprio speciali. Ecco, Pogorelich per me è un po’ così: irrazionale, ma non solo, molto di più. Se dovessi fare un paragone per spiegare come fosse davvero la sua Sonata di Liszt, penserei allo Schubert di Richter, e a quel saperti trasportare da un’altra parte, dove lentezza e profondità di congiungono e assumono un significato tutto loro, si tingono di inevitabilità.
Un po’ come se la questione non risiedesse nei tempi lenti, ma nel viaggiare un po’ più vicini alla velocità della luce.

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