Alexis Weissenberg, la Rai, l’Auditel (e la triste perdita di Gustav Leonhardt)

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Aggiornamento: Ho scritto questo post nel primo pomeriggio, prima di venire a conoscenza della scomparsa di Gustav Leonhardt, musicista inarrivabile la cui importanza è pari solo al peso della sua perdita. Al ricordo di Gustav Leonhardt e Alexis Weissenberg, due grandissimi musicisti che ci hanno lasciato negli ultimi giorni, dedico questo post che, pur con toni certamente non adatti alla triste occasione, vuol essere unicamente una appassionata dichiarazione d’amore per la cultura, l’arte, e tutte le altre cose belle e importanti che vale la pena di conoscere, diffondere e amare.

La Radiotelevisione Svizzera, lei sì, ha deciso di regalarci un ricordo del recentemente scomparso Alexis Weissenberg, grande pianista bulgaro. Ora, il documentario (trovate il link in fondo al post) è talmente bello che non posso che raccomandarvi di guardarlo, almeno fin quando dura la sua presenza in rete, chissà che prima o poi non decidano di toglierlo dal loro sito. Questo documentario, trasmesso sulla prima rete della RSI, mi fa poi venire in mente che la nostra misera e miserabile RAI, che trenta o quarant’anni fa spargeva cultura e sapere da tutti i pori, adesso è ridotta a un cumulo di intrattenimento superficiale, tribune politiche poco tribune, poco politiche, e molto imbarazzanti, e davvero poco altro. Se riesce a salvarsi Fazio, con il suo trionfo di nazionalpopulismo che finisce per sembrare un’oasi di salvifica profondità, pensate come siamo messi male. E pensate anche che la nostra cara RAI ne produce eccome di eventi magnifici. Produce la prima della Scala, che però relega sul quinto canale, che qui dove vivo neppure si vede, così come produce una marea di altri eventi musicali o (diversamente) culturali, che però finisce per vendere alle altre reti televisive mondiali che, loro sì, sono a tal punto stupide da pensare che la gente voglia addirittura abbeverarsi alla fonte della cultura, piuttosto che guardare sempre quattro stronzi di opinionisti che un’opinione non ce l’hanno, ma che ci tengono a farti sapere ciò che non-pensano del delitto di Avetrana. E mi sono permesso di parafrasare qui Carmelo Bene, uno che le sue meraviglie poteva farle passare in televisione trent’anni fa, quando la RAI era ancora la RAI, quella miniera d’oro di gioielli in un polveroso archivio; Carmelo Bene che oggi, presumo, alla RAI non chiamerebbero neppure per pulire i cessi, non dico mica per far cultura, per regalarci capolavori. Carmelo Bene, o Claudio Abbado, o Vittorio Gassman e Monicelli, che a leggerci su il simbolo RAI, sui loro capolavori, quasi non capisci perché. Guardavo l’altro giorno lo sceneggiato I fratelli Karamazov, di Bolchi: meraviglia. Ci leggevo su il simbolo RAI: perché? Certo, qualcuno mi dirà, c’è tipo il giovedì notte alle 3:30 (annunciate, che poi diventano le 4:56) La musica di Rai Tre, tra l’altro negli stessi quartieri dell’altro stra-lodevole Fuori orario. Che culo, signori, scusate il francesismo, ma che culo! Con tutte le cose inutili che manda in onda Rai Tre (ma anche gli altri due canali), figurarsi se il povero concerto delle tre del mattino dovrebbe star lì a preoccuparsi troppo dell’Auditel, se messo in onda alle 16, o alle 17. Non chiedo mica la prima serata, per carità, quella lasciamola alle cose serie tipo l’ennesima fiction inutile, o il Circo di Montecarlo, o la seicentesima replica del documentario sul nazismo che ormai ha lo stesso senso di Più forte ragazzi contemporaneamente su Rete 4.

Mi scusasse Weissenberg per questa tirata, ero partito solo per parlare del documentario, ma non ce l’ho fatta.
Grazie, Radiotelevisione svizzera, per questo stupendo documentario:
http://la1.rsi.ch/home/networks/la1/cultura/Paganini/2012/01/11/paganini-15-ricordo.html#Video

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2 Risposte to “Alexis Weissenberg, la Rai, l’Auditel (e la triste perdita di Gustav Leonhardt)”

  1. David Says:

    Bravo. Sono totalmente d’accordo con Lei
    Quando sono arrivato in Italia, 20 anni fa, si poteva encore sentire C.Arrau, A.Benedetti Michelangeli ed altri, vedere capolavori del cinema europeo ad orari “normali” (non oltre le 22) per persone “normale” che vivono e lavorano di giorno e dormono di notte!
    Quando è morto il grande Carlo Maria Giulini – qualche 30 s dedicate a lui su i TG italiani ma giornate intere sulle radio svizzere, francese, tedesche ed una settimana intere alla radio Clasica spagnola.
    Di Weissenberg e di Leonhardt neanche una parole.
    Su RAI5 ben 70% degli titoli delle trasmissioni sono in inglese. La classica è rinviata alla domenica mattina con orari improbabili ed uno si chiede come mai TV francesi, tedeschi ed altre europee CIVILI hanno programmi con una precisione di più o meno un minuto!
    Come mai l’Italia è l’unico paese dove non si può abbonare a la rete classica Mezzo ? Risposta probabile : il delinquente Merdoch vuole dominare in Italia con la sub-sub-cultura di Sky!
    E dire che per i filmi-spazzatura di serie Z made in USA (violenza, sangue stupri a gogo), giochi stupidi con premi milliardari, talk-show deficienti , calcio ed altri prodotti di bassa lega si deve pagare oggi ben 112 euro!

    • v. Says:

      Grazie per il commento,
      che anche su Rai5, che io (s)fortunatamente non vedo, la classica sia relegata a quegli orari assurdi, fa capire quale sia il grado di incomprensione che circonda, qui in Italia, la grande cultura musicale. Dopotutto, è una questione di ignoranza: da noi manca una seria formazione musicale, nel mondo dell’istruzione obbligatoria, e questo è l’effetto; anche chi, si presume, di cultura dovrebbe capirne un minimo, finisce per ignorare quale sia l’importanza del messaggio musicale. Peraltro c’è da dire che poche “cose” come la musica riescono a coniugare simultaneamente intrattenimento, cultura e arte. Quasi nulla, se non forse il grande teatro di prosa, riesce a raggiungere le stesse vette di “totalità”. Un Così fan tutte alle nove di sera, su Rai5 intendo, non costerebbe nulla e garantirebbe l’intrattenimento così tanto caro a chi redige i palinsesti televisivi, ma anche la giusta dose di interesse artistico per chi, si presume, guarda canali televisivi sperduti per cercare qualcosa di diverso e, nel senso più sincero del termine, di più “alto”.
      Che poi la vera cosa che mi dispiace, di questa faccenda, è l’idea che ne viene fuori dell’Italia e della cultura italiana contemporanea, soprattutto per voi che venite da fuori, probabilmente pensando più al nostro glorioso passato che al nostro meno allettante presente. Eppure siamo sempre noi, quegli italiani di una volta, che oggi forse non ci siamo ancora bene accorti di quello che pian piano ci stiamo facendo con le nostre mani. O forse ce ne siamo accorti ma pensiamo che tanto per oggi va bene così, e dopotutto domani c’è il sole.

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