Un ricordo di Alexis Weissenberg

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Oggi avrei voluto scrivere tutt’altro, ma in un otto gennaio così anonimo, insignificante, ci ha lasciati Alexis Weissenberg, pianista bulgaro, anzi francese. Weissenberg era nato nel 1929 in Bulgaria, salvo poi andarsene nel ’45 in Palestina, e da lì girare il mondo grazie alla musica, fino alla Carnegie Hall, col terzo di Rachmaninov, George Szell sul podio. Era solo il 1947, lui non aveva neppure 18 anni. Suonò ancora per qualche tempo, ma poi pensò bene di ritirarsi per dieci anni: voleva studiare e insegnare. Tornò sulle scene nel 1966, e di lì in poi furono solo successi. Karajan lo reputava uno dei più grandi pianisti del tempo e lo volle più volte al suo fianco sin dagli anni ’60: Čajkovskij, e poi Rachmaninov e i cinque concerti di Beethoven. Weissenberg non fu mai un mito, al pari di altri pianisti del secolo, non fu mai l’idolo delle folle, né fu visto come uno di quei geni stravaganti, particolari, ingestibili. Questo in barba alla qualità di alcune sue prove, quelle sì restate nell’immaginario collettivo, come i tre movimenti da Petrouchka di Stravinsky.

Che non fosse un idolo, un talento esaltato dal marketing e dal mito del genio a tutti i costi, lo dimostra anche il fatto che io, dopo tutto, lo conosca molto poco. Sono uno che cede a queste cose, c’è poco da arrampicarsi sugli specchi, basta saperlo e cercare di guarire. Di Weissenberg ho ascoltato le cose di cui ho scritto fin qui, e soprattutto un’altra cosa: Chopin, valzer e notturni. Il suo Chopin è stato il mio primo approccio in assoluto a quella musica magica che mi faceva addormentare quand’ero piccolo e che riascoltavo sempre, e anche di più, fino a consumare fisicamente quella povera cassettina, con quel nastro già di per sé così fragile. Da allora in poi mi sono allontanato dallo Chopin di Weissenberg, mi sono sentito sedotto da altre caratteristiche che, di volta in volta, altri pianisti mi facevano scoprire in quella musica tanto interpretata. Quando oggi ho saputo, ho cercato altre sue interpretazioni, in giro per la rete.

Bach, Liszt, Brahms con Giulini, ancora Chopin, e poi quel Rachmaninov al quale somigliava anche un po’. Forse nulla di davvero indimenticabile, di irragiungibile, ma tutto così straordinariamente non banale, onesto, genuino e profondamente sincero. Non capita spesso.

Quando oggi ho letto la notizia, a dire il vero, la prima cosa che ho fatto è stata un’altra: ho subito cercato il suo Chopin. Sono bastate poche battute perché tornassi bambino.
Volevo chiudere così questo pezzo, mi sembrava bello. Però poco fa ho scoperto che Weissenberg concludeva tutti i suoi concerti con lo stesso bis. È il celebre corale di Bach “Gesù resta la mia gioia”, così preziosamente indelebile per ognuno che l’abbia ascoltato dalle mani di Lipatti, e così toccante e adatto, forse banalmente, in questa triste occasione.

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