Domenico Scarlatti, Sonate – Mario Sollazzo, Ensemble Alraune

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D. Scarlatti - Sonate (M.Sollazzo, Ensemble Alraune)

Ricorderete forse il post di qualche tempo fa sul bellissimo disco dedicato dall’Ensemble Alraune alla musica etichettata come degenerata dal regime nazista. Se non lo ricordate, vi invito a leggerlo: lo trovate poco più sotto. Vi parlo oggi di un altro disco, addirittura doppio, uscito per iniziativa della stessa casa discografica (Musica Novantiqua), e splendidamente suonato da membri dell’Ensemble Alraune e da Mario Sollazzo, che siede alle tastiere (clavicembalo, fortepiano e pianoforte, come avrò modo di spiegare a breve).
Il disco è dedicato ad una selezione delle 555 sonate che Domenico Scarlatti scrisse principalmente per tastiera, con alcune importanti eccezioni dedicate a complessi strumentistici diversi. Si tratta ancora una volta un’iniziativa degna di grande interesse, per vari motivi. Innanzitutto, pur essendo Scarlatti un compositore molto noto, certamente tra i più stimati, la sua produzione resta ancora poco frequentata, non in senso assoluto, ma senz’altro relativamente alla qualità altissima delle sue composizioni. Le motivazioni dietro questo fatto possono essere molteplici; ad esempio se si considera l’enorme mole della sua produzione tastieristica si può ben comprendere quanto ostico sia l’intento di studiare a fondo il suo lascito. Pur non ponendo grossi problemi di ricezione per un ascoltatore del nostro tempo, una produzione così vasta genera quel tipo di timore reverenziale che si prova, ad esempio, di fronte alle Cantate di Bach, o alle Sinfonie di Haydn. Ed è davvero un peccato, perché tra le moltissime sonate di Scarlatti si nascondono delle gemme preziose, che meritano senz’altro l’attenzione che grandi compositori e strumentisti hanno dedicato ad esse nel corso del tempo. Un altro ostacolo alla grande diffusione di questo repertorio è forse ravvisabile nello strumento intrinsecamente designato per esse: il clavicembalo, che purtroppo non gode della giusta attenzione nelle sale da concerto italiane. Qui il discorso si fa lungo e complesso, più adatto ad un saggio filologico che al blog di un appassionato, e consiglio senz’altro la lettura dell’interessantissimo scritto di Sollazzo all’interno del libretto che accompagna il disco, che si occupa proprio di discutere le caratteristiche delle sonate in relazione alle possibilità timbriche e musicali del clavicembalo e del pianoforte (o fortepiano). Volendo essere brevi: Scarlatti conosceva e frequentava principalmente il clavicembalo, strumento principe tra gli strumenti da camera del Settecento. Come per altri compositori del Seicento e del Settecento, si può discutere per ore su quanto sia adatto il pianoforte (o, prima di lui, il fortepiano, che nel Settecento aveva già iniziato a circolare ampiamente), all’esecuzione di musiche pensate principalmente per un altro strumento, con caratteristiche ben diverse. Ho scritto principalmente poiché, come Sollazzo sottolinea, “le Sonate si nutrono di una estrema libertà timbrica difficile da immaginare legata solo al clavicembalo. […] La fantasia di Scarlatti trascende lo strumento a sua disposizione pur usandolo come materia contingente e necessaria alla realizzazione immediata dell’idea”. Secondo la mia opinione, un approccio al clavicembalo è tendenzialmente raccomandabile, ma è innegabile il fascino di alcune grandi interpretazioni pianistiche, soprattutto data la versatilità di queste piccole ma grandi composizioni. Tra i nomi più celebri che hanno affrontato, spesso molto parzialmente, il repertorio, non si possono non citare grandi pianisti russi o di scuola russa (soprattutto Horowitz, ma anche Gilels e il giovane Pogorelich), oppure pianisti generalmente dal gusto diverso, come Arturo Benedetti Michelangeli. Innegabile, poi, il fascino delle interpretazioni clavicembalistiche di Scott Ross (che ha inciso una superba integrale), Ralf Kirkpatrick, e Trevor Pinnock. Sollazzo, volendo leggere Scarlatti indipendentemente dallo strumento sul quale esso viene eseguito, e anzi volendo evidenziariare la già citata duttilità, ricchezza, della scrittura scarlattiana, decide dunque di fondere, per così dire, i due approcci, eseguendo le sonate su diversi strumenti, ed evitando tuttavia “le vette intoccate di un cristallino miniaturismo” che la tradizione esecutiva sul pianoforte ha lasciato emergere (si pensi a Benedetti Michelangeli). A questo scopo, egli decide di utilizzare un magnifico Steinway serie O del 1929, dotato di un suono davvero umanamente vissuto, affiancandolo ad un clavicembalo (copia di un Grimaldi) e ad un fortepiano (copia del gravicembalo del Cristofori).
I due dischi della Musica Novantiqua presentano, dunque, una interessante selezione di alcune tra le sonate più belle. Il primo disco comprende tre sonate per più strumenti, stupendamente interpretate da componenti dell’Ensemble Alraune e da Sollazzo: la meravigliosa K81, per violino e basso continuo, preziosa alternanza di due tempi lenti e solenni e due squisiti allegri; la K90, per viola d’amore, fortepiano e basso continuo, energica, danzante e appassionata, e la K208, per viola e fortepiano, dolcemente condotta dalla viola. Sempre nel primo disco, Sollazzo esegue undici sonate per tastiera, talvolta al clavicembalo e talvolta al fortepiano. Il secondo disco vede ancora la presenza del solo Sollazzo, che esegue altre dodici sonate, questa volta al pianoforte. La rosa delle sonate è scelta con grande sapienza, e permette di farsi un’idea davvero compiuta di quanto ricca e varia sia la produzione di Scarlatti, superando l’impressione superficiale che potrebbe scaturire dalla considerazione di un così vasto insieme di piccole sonate in un unico movimento. Se è vero che tale forma sembrerebbe suggerire un certo limite di combinazioni attuabili, questo si rivela del tutto privo di fondamento, soprattutto alla luce del fatto che molte delle sonate nascono da improvvisazioni dell’autore sapientemente trascritte e adattate, riviste, e tipicamente presentate in forma bipartita. Da questa forma, pur trattata sempre con elementi e caratteristiche originali e ingegnose, si sfugge almeno in tre casi notevoli: nella sonata K99, che è in forma tripartita e presenta una varietà di caratteri davvero notevole, nonché nelle due sonate a più movimenti scelte (K513, tre movimenti, e K170, due). Nel primo disco si passa da sonate briose, estrose, trascinanti, come la K421, nella quale sembra di ascoltare Soler, o la K239, unica del lotto eseguita sia al fortepiano, nel primo disco, che al pianoforte, nel secondo, a sonate dal carattere cupo, introspettivo (la bellissima K197). Soprattutto per le sonate più brillanti, è facile comprendere quanto sia azzeccata e fruttuosa la scelta del clavicembalo, strumento trascinante anche solo dal punto di vista ritmico. Nel secondo disco, dedicato alle interpretazioni pianistiche, non deve soprendere l’abbondanza di sonate che presentano indicazioni di cantabilità, proprio pensando alle caratteristiche dello strumento scelto e in generale delle possibilità del pianoforte, così adatto all’esaltazione della pura bellezza melodica; a presentare questa caratteristica ve ne sono ben 4, ma altre lasciano presumere una certa cantabilità sottintesa e sono conseguentemente caratterizzate da tempi per lo più lenti o comunque moderati, e anche da un’estensione della forma che si avvicina alla complessità di alcuni elaborati tempi lenti del repertorio sonatistico successivo a Scarlatti. Quando parlo di cantabilità sottintesa penso ad esempio alla K115, che peraltro si apre con un’introduzione tanto bella quanto scorrelata dal resto della sonata, tipico espediente scarlattiano sottolineato dallo stesso Sollazzo nelle note, e comune ad altre notevoli sonate presentate, come la K175 e la K474. Tra le magnifiche sonate inserite in questo secondo disco, spiccano a mio modesto parere la K466,  costruzione mirabile per varietà e drammaticità, interpretata con gusto notevole che le fa assumere un fascino senza tempo, e la K109, lungamente lirica.
L’incisione è inappuntabile per qualità tecnica, soprattutto per quanto riguarda le sonate di gruppo e quelle al clavicembalo, e anzi come nel precedente disco dell’Ensemble Alraune fa piacere ascoltare tra una sonata e un’altra il canto degli uccelli dell’estate toscana.
Per finire, aggiungo che il libretto, oltre al testo già citato del musicista Mario Sollazzo, che offre spunti d’interesse sulla scelta degli strumenti e sulle particolarità di ogni sonata, include anche un approfondimento sui tre strumenti a tastiera utilizzati, e un prezioso estratto dalle Memorie di Don Giuseppe de Martino di Montegiordano, nelle quali l’autore descrive i suoi incontri spagnoli con il grande compositore e ne traccia un profilo di indubbio fascino, tanto nel modo di porsi allo strumento quanto nella vita più comune.
“Vivi felice”, il suo saluto preferito, sembra davvero vivo nella sua musica.

Per maggiori informazioni:
http://www.novantiqua.net
http://www.mariosollazzo.com
http://www.ensemblealraune.com

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