Kleiber, Celibidache e quel telegramma di Toscanini dal Paradiso

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Carlos Kleiber ed Herbert von Karajan

Leggerei questa storia per metà dell’eternità e poi mi piacerebbe passare l’altra metà a raccontarla a chi ama la musica, nella speranza di vedere negli occhi di chi ascolta il divertimento che forse riempie i miei. No, forse no, ma era bello scriverlo. I protagonisti dell’aneddoto che vi racconto oggi sono Carlos Kleiber, direttore tanto grande quanto riservato, e Sergiu Celibidache, altro grande direttore, molto meno riservato, pieno di giudizi non proprio lusinghieri su praticamente tutti i suoi colleghi. Nessuno escluso, forse De Sabata.
Nel 1989 Celibidache rilascia un’intervista velenosissima nella quale dice cose pesantine su alcuni colleghi, quasi tutti morti. L’unico ancora in vita è Herbert von Karajan, il direttore più celebre del secolo, osannato a destra e manca, ma anche aspramente criticato per alcune scelte e per alcune idee sulla gestione del rapporto con l’orchestra. Tra Celibidache e Karajan la frattura è sempre stata netta, fin da quando i filarmonici di Berlino, dopo un’astuta mossa di Karajan, scartarono il rumeno Sergiu per la successione a Furtwaengler, e scelsero proprio l’astro nascente Herbert. Celibidache, che riferisce anche di essere un adepto del buddismo zen, dice senza problemi la sua opinione sugli illustri colleghi del novecento: Toscanini è “una fabbrica di note”, Boehm “un sacco di patate che non ha diretto una sola battuta di musica in vita sua”, Knappertsbusch “uno scandalo” (“totalmente non-musicale”), Furtwaengler un “pessimo direttore”; e poi ecco la stoccata finale a Karajan: “tremendo, o è un ottimo uomo d’affari, o è sordo”.

Carlos Kleiber, pur nella sua estrema riservatezza (non ha mai concesso interviste), grandissimo ammiratore di Karajan, scrive di suo pugno una lettera al Der Spiegel, che aveva pubblicato l’intervista di Celibidache. Nella lettera afferma di aver ricevuto un telegramma di Arturo Toscanini direttamente dal Paradiso, da consegnare come risposta a Celibidache. Lo ammetto: ho sempre avuto il sospetto che sia stato lo stesso Kleiber a scrivere il telegramma di suo pugno, ma non ho prove, quindi non voglio sbilanciarmi.
Ecco il testo del telegramma di Toscanini, ricevuto da Kleiber e inviato per risposta a Celibidache:

Telegramma di Toscanini (Cielo) a Celibidache (terra)

Caro Sergiu!
abbiamo letto di te sullo Spiegel. Ci stai sui nervi, ma ti perdoniamo. Non ci resta mica altro da fare: qui su il perdono è di bon ton.
Karli-saccodipatate (Karl Boehm, nota mia) se l’è presa mica poco ma siccome Kna (Knappertsbusch) ed io gli abbiamo assicurato che è molto musicale, a quel punto ha smesso di lamentarsi. Wilhelm (Furtwaengler) ha dichiarato seccamente che di te non ha mai sentito parlare. Papà Joseph (Haydn), Wolfgang Amadeus, Ludwig, Johannes (Brahms) e Anton (Bruckner) dicono di preferire i secondi violini a destra e che i tuoi tempi sono tutti cannati. Ma non è che possono tanto occuparsi di cagate. Qui su non ci si può trastuallare con le cagate, il Boss non vuole. Un maestro Zen che sta qui vicino ha detto che tu di Buddismo Zen non hai mai capito un accidente. Bruno (Walter) si è mezzo ammmazzato dal ridere leggendo i tuoi pensieri. Ho il sospetto che condivida il tuo giudizio su me e su Karli: forse potresti spararne qualcuna anche su di lui, che sennò si sente escluso… Mi spiace molto di doverti dire che qui su siamo tutti pazzi di Herbert (von Karajan): i direttori d’orchestra ne sono anche un po’ invidiosi. Non vediamo l’ora di accoglierlo qui su fra noi fra quindici o vent’anni… Peccato tu non possa essere qui fra noi. Ma si dice che là dove andrai a finire si bollisce meglio e le orchestre provano senza mai fermarsi. Fanno anche errori apposta, così tu potrai correggerli per l’Eternità. Sono certo che ti piacerà un sacco, Sergiu.
Qui su gli Angeli leggono direttamente negli occhi dei compositori, noi direttori ci limitiamo ad ascoltare.
Dio solo sa come sono finito qui.

Il tuo caro Arturo ti augura buon divertimento.

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17 Risposte to “Kleiber, Celibidache e quel telegramma di Toscanini dal Paradiso”

  1. Salvatore Fricano Says:

    Non ero a conoscenza di questo bellissimo ‘finto’ telegramma. Ecco la finezza di spirito. In attesa di capire l’estetica di Celibidache e del suo astio sui ‘grandi’ direttori, grazie!

  2. Marittiello Says:

    Mi associo a Salvatore: non potrebbe postare, traducendola, l’intervista dello Spiegel al Celi? Grazie comunque per il delizioso aneddoto.

  3. Giovanni Sabella Says:

    Purtroppo su Celibidache si dicono tante di quelle cattiverie senza, purtroppo, conoscerne la poetica e le motivazioni per cui se la prendeva tanto con gli altri. A differenza dei tanto adulati grandi Maestri Celibidache ci ha spiegato come si dirige una croma col punto+ semi croma , tanto per dirne una , mentre i grandi dicevano e purtroppo dicono all’Orchestra “più stretto grazie”. Esiste una spiegazione a tutto quello che Celibidache ha fatto in Orchestra , ad ogni minimo gesto, ad ogni tempo…”cannato”… Di Karajan possiamo dire lo stesso? Credo di no: in quel caso non potendo spiegare i motivi delle sue scelte (chissà se lui avrebbe potuto) ci si mette al sicuro parlando di personalissima “interpretazione”. Se due più due fa cinque è interpretazione se fa 4 è fenomenologia, è Celibidache.

  4. Roswell Says:

    condivido l’analisi (che non rientra nell’ambito dell’opinabile) del Sig. Sabella.
    Celibidache diceva che in musica ci sono tanti “No” ma solo un “Si”.
    l’interpretazione non è “A senso” e non si basa su individualistiche e umane emozioni.
    Celibidache con la sua poetica, la sua Estetica, ci mostra la mente dei compositori, a volte nascosta anche agli stessi.
    i nessi inconsci nelle composizioni vengono così scientificamenti e poeticamente correlati attraverso una agogica magistrale e controllatissima, una rigorosa ricerca dei piani sonori di ogni strumento.
    Un rigore che è sinonimo di Arte, e questo è più importante di qualche uscita maldestra perché Celibidache ha donato alla Musica quel “SI” di cu quasi mai si può gioire.

  5. Sir John Says:

    Io trovo che l’interpretazione basata su “individualistiche e umane emozioni” sia quanto di più affascinante vi possa essere nell’arte musicale, poiché ci permette di conoscere aspetti diversi di una stessa partitura. Ritengo Celibidache un direttore d’orchestra interessante, ma non condivido affatto l’idea che in musica esista un solo “Sì”. Nel caso vi fosse, dubito che a trovarlo sia stato proprio Celibidache, con i suoi tempi letargici applicati un po’ ovunque. Condivido ancor meno il contenuto a dir poco imbarazzante di questa celebre intervista, che non fa onore al maestro rumeno, chiamando in causa artisti in molti casi più grandi di lui.
    Non conoscevo l’episodio del finto telegramma. Grazie per averlo postato.

    • Giovanni Sabella Says:

      Sir john lei ha scritto che Celibidache metteva in discussione direttori molto più grandi di lui. Può indicar i con quali criteri riesce a fare questa distinzione? In questo modo avremo anche noi qualche criterio in più per orientarsi in questo mondo di “interpreti”. I tempi letargici hanno una spiegazione : Celibidach teneva conto degli epifenomeni tanto sconosciuti ai “grandi direttori”. Se faceva una scelta sapeva motivarla in modo che fosse oggettiva e razionale: la cosiddetta interpretazione invece è sinonimo ( sempre per i grandi ) di libero arbitrio. Ci renda partecipe dei suoi criteri , grazie.

  6. Sir John Says:

    Non posso indicarti – ci diamo del tu? – in due righe i criteri che mi portano a ritenere Toscanini, Karajan o Abbado direttori d’orchestra più importanti del Celi, e neppure mi interessa farlo. Quella che ho postato è la mia opinione, frutto delle mie esperienze, dei miei ascolti, delle mie letture. E’ un’opinione condivisa da molti, che tu puoi benissimo non sottoscrivere. Il divertimento sta tutto qua. Trovo meno divertente, invece, che si debbano screditare così pesantemente le concezioni interpretative dei più grandi direttori del Novecento per tentare di dare maggior risalto alla propria.
    Non dubito che i tempi letargici abbiano una spiegazione: è che questa non sempre questa mi convince. Abbiamo davvero bisogno di 34 minuti per dirigere l’ultimo movimento della Nona di Bruckner? Sarebbe questa l’oggettività? Io non credo affatto che si possa definire una corretta interpretazione musicale sulla base di criteri oggettivi. Non mi interessa la fenomenologia. Preferisco il libero arbitrio – anche quello del Celi -, purché in esso vi sia il talento, la personalità e la forza delle idee.

  7. Mario Valentino Says:

    Scusa Sir John – concederai anche a me il tu, spero -, ma la questione mi sembra posta male, da un punto di vista logico; vorrei esporre il mio, anche per continuare con chi voglia questa discussione.

    Sarebbe inutile fermarsi a notare la contraddittorietà tra l’aver voluto rispondere alla domanda precisa di Giovanni sui tuoi criteri di giudizio e però poi non volerli esplicitare (“non mi interessa”, scrivi); mi sembra però che il punto della questione sia proprio qui.

    Celibidache aveva creduto di aver trovato, mediante l’utilizzo degli approcci metodologici di una specifica corrente filosofica – la fenomenologia, appunto; ricordo che nel suo periodo di formazione a Berlino aveva seguito anche le lezioni di Nicolai Hartmann -, una strada che consentisse di porsi davanti alla musica – nel senso di musica scritta da riportare alla vita mediante l’esecuzione orchestrale – come davanti a un fenomeno, da studiare, capire e interpretare come tale (e qui permettetemi di notare che fenomenicità non è sinonimo di oggettività).

    Ovvio che anche la sua scelta di abbracciare questo credo (chiamiamolo così) sia stata (diciamo) arbitraria (nel senso di discrezionale e dunque occasionale, ossia non necessitata ab initio): lui stesso, difatti, in anni precedenti era ben lontano da quei tempi “letargici” che tu, e molti, gli contestano (ti invito ad ascoltare, come esempio, anche solo l’ultimo tempo della sinfonia n. 2 di Schumann, registrata nel 1969, su youtube: http://www.youtube.com/watch?v=PqP9zZJP-2E).

    Il fatto è che una volta che sia stata adottata questa visione della interpretazione musicale (da parte sua e dei suoi estimatori), per svalutarne (nel senso di porla al di sotto di quella di altri) la portata occorre porsi sul suo stesso terreno: non mi pare cioè corretto (parlo da un punto di vista logico, come ho già detto) contestarla semplicemente ricorrendo ancora all’arbitrarietà (incidentalmente: il libero arbitrio è altra cosa), che essa invece ritiene di aver superato. Sarebbe, questo, da quel punto di vista (suo e di chi crede che egli abbia colto un punto vero dell’interpretazione musicale), un arretramento, un tornare indietro senza esser riuscito a motivare il perché quel sistema interpretativo andrebbe rifiutato.

    Liberissimo – ci mancherebbe – chiunque di dissentire, ma sarebbe opportuno almeno motivare il perché del dissenso (che è del tutto ovvio che sia in sé un’opinione, anche condivisa, come osservi), se si intende dialogare (altrettanta libertà, va da sé, vi è anche sul volerlo fare o meno): possibilità che l’arbitrarietà dei giudizi intrinsecamente impedisce.

    Faccio un esempio: 34 minuti per quel movimento sono troppi? In base a quale motivazione: forse 29’47”, o 23’29” è il tempo (anzi, la durata) giusto? Vorrei superare il prevedibile “e chi lo stabilisce?”, per osservare invece: mettiamo anche che sia così, ma come eludere poi la domanda sul perché allora è quest’altro e non 34 minuti?
    Forse – ipotizzo – c’entra un’abitudine all’ascolto, formatosi in una tradizione interpretativa quasi unanime (il che non vuol dire che tutti gli altri sbagliano, ovviamente).
    Questa sarebbe una spiegazione che, superando l’arbitrarietà, permetterebbe così il dialogo.

    Segnalo, a chi fosse interessato, che sempre su youtube (http://www.youtube.com/watch?v=cvYKu9KLuU0) esiste una registrazione di una lezione dello stesso Celibidache a (immagino) un corso di perfezionamento, in italiano (!!). Sebbene registrata forse per puro caso (in assenza degli strumenti che abbiamo oggi per poterlo fare), non mi sembra esagerato definirla magistrale.
    Ovvio che quanto egli dice può anche esser liquidato con un “non mi interessa”, ma dubito che un vero appassionato di musica possa rimanere indifferente (anche se in alcuni passaggi non è facile, al primo ascolto, da comprendere).

    Riporto solo un assaggio della lezione: “la fenomenologia ti indica la topografia del luogo … Dopo aver identificato la topografia, lei può non camminare come cammino io, ma lei non mi può trasformare questa montagna in una valle”.

    Ripeto: solo per il piacere della discussione.

  8. Mario Valentino Says:

    Scusa Sir John – concederai anche a me il tu, spero -, ma la questione mi sembra posta male, da un punto di vista logico; vorrei esporre quindi il mio, anche per continuare con chi voglia questa discussione.

    Sarebbe inutile fermarsi a notare la contraddittorietà tra l’aver voluto rispondere alla domanda precisa di Giovanni sui tuoi criteri di giudizio e però poi non volerli esplicitare (“non mi interessa”, scrivi); ma mi sembra però che il punto della questione sia proprio qui.

    Celibidache aveva creduto di aver trovato, mediante l’utilizzo degli approcci metodologici di una specifica corrente filosofica – la fenomenologia, appunto; ricordo che nel suo periodo di formazione a Berlino aveva seguito anche le lezioni di Nicolai Hartmann -, una strada che consentisse di porsi davanti alla musica – nel senso di musica scritta da riportare alla vita mediante l’esecuzione orchestrale – come davanti a un fenomeno, da studiare, capire e interpretare come tale (e qui permettetemi di notare che fenomenicità non è sinonimo di oggettività).

    Ovvio che anche la sua scelta di abbracciare questo credo (chiamiamolo così) sia stata (diciamo) arbitraria (nel senso di discrezionale e dunque occasionale, ossia non necessitata ab initio): lui stesso, difatti, in anni precedenti era ben lontano da quei tempi “letargici” che tu, e molti, gli contestano (ti invito ad ascoltare, come esempio, anche solo l’ultimo tempo della sinfonia n. 2 di Schumann, registrata nel 1969, su youtube: http://www.youtube.com/watch?v=PqP9zZJP-2E).

    Il fatto è che una volta che sia stata adottata questa visione della interpretazione musicale (da parte sua e dei suoi estimatori), per svalutarne (nel senso di porla al di sotto di quella di altri) la portata occorre porsi sul suo stesso terreno: non mi pare cioè corretto (parlo da un punto di vista logico, come ho già detto) contestarla semplicemente ricorrendo ancora all’arbitrarietà (incidentalmente: il libero arbitrio è altra cosa), che essa invece ritiene di aver superato. Sarebbe, questo, da quel punto di vista (suo e di chi crede che egli abbia colto un punto vero dell’interpretazione musicale), un arretramento, un tornare indietro senza esser riuscito a motivare il perché quel sistema interpretativo andrebbe rifiutato.

    Liberissimo – ci mancherebbe – chiunque di dissentire, ma sarebbe opportuno almeno motivare il perché del dissenso (che è del tutto ovvio che sia in sé un’opinione, anche condivisa, come osservi), se si intende dialogare (altrettanta libertà, va da sé, vi è anche sul volerlo fare o meno): possibilità che l’arbitrarietà dei giudizi intrinsecamente impedisce.

    Faccio un esempio: 34 minuti per quel movimento sono troppi? In base a quale motivazione: forse 29’47”, o 23’29” è il tempo (anzi, la durata) giusto? Vorrei superare il prevedibile “e chi lo stabilisce?”, per osservare invece: mettiamo anche che sia così, ma come eludere poi la domanda sul perché allora è quest’altro e non 34 minuti?
    Forse – ipotizzo – c’entra un’abitudine all’ascolto, formatosi in una tradizione interpretativa quasi unanime (il che non vuol dire che tutti gli altri sbagliano, ovviamente).
    Questa sarebbe una spiegazione che, superando l’arbitrarietà, permetterebbe così il dialogo.

    Segnalo, a chi fosse interessato, che sempre su youtube (http://www.youtube.com/watch?v=cvYKu9KLuU0) esiste una registrazione di una lezione dello stesso Celibidache a (immagino) un corso di perfezionamento, in italiano (!!). Sebbene registrata forse per puro caso (in assenza degli strumenti che abbiamo oggi per poterlo fare), non mi sembra esagerato definirla magistrale.
    Ovvio che quanto egli dice può anche esser liquidato con un “non mi interessa”, ma dubito che un vero appassionato di musica possa rimanere indifferente (anche se in alcuni passaggi non è facile, al primo ascolto, da comprendere).

    Riporto solo un assaggio della lezione: “la fenomenologia ti indica la topografia del luogo … Dopo aver identificato la topografia, lei può non camminare come cammino io, ma lei non mi può trasformare questa montagna in una valle”.

    Ripeto: solo per il piacere della discussione.

    • ryugae Says:

      Grazie per la segnalazione riguardo la lezione del Celi, mi è piaciuto molto ascoltarlo parlare – tra l’altro in un ottimo italiano, persino migliore di quello di Furtwangler! – ma credo che fondamentalmente la risposta di Sir John sia stata autoesplicativa. Io reputo Kleiber figlio “migliore” di Karajan e quest’ultimo “migliore” del Celi. Perché? Gusti personali.

      Ad esempio io ho sentito qualcosa di intenso e profondo dentro di me nell’ascoltare la settima di Beethoven fatta da Erich Kleiber e invece un caldo tepore e nulla più quando ho ascoltato la stessa settima fatta da Abbado. Questo non rende Kleiber padre migliore di Claudio Abbado ma sicuramente rende più sereno me nell’ascoltare quella particolare sinfonia nella sua forma e qualità più alta secondo i “dettami” della mia sensibilità.

      Io non mi occupo di filosofia e non mi interessa associare la fenomenologia hegeliana ad un Brahms, un Haydn o un Mozart, ma probabilmente a qualcuno sì e questo è bellissimo semplicemente perché questa musica ci permette di poterlo fare.

  9. Renato Di Sano Says:

    Quanto dichiarato da Celibidache NON E’ DEGNO DI UN ARTISTA grande come lo stesso direttore pretende di essere considerato. Non è proprio degno di un artista – è un concetto chiarino? Riguardo all’eziologia (pseudo)-filosofica del modo di sentire la musica del direttore rumeno, sarebbe forse il caso di lasciare la filosofia ai filosofi – ce ne sono di grandi anche in riferimento alla filosofia della musica – ed occuparsi, più pragmaticamente, di “far musica” con la mente libera da tali assurdi condizionamenti extra-musicali. Assurdi non perchè siano tali, ma per il fatto di volerli applicare ad un’arte come la musica. Beethoven, che era indubbiamente un ignorante sotto un profilo di quella che oggi chiameremmo cultura generale, ebbe a definire la musica come “UNA RIVELAZIONE PIU’ ALTA DI OGNI SCIENZA E DI OGNI FILOSOFIA”. Che ne dite, ne teniamo un po’ conto quando tentiamo di far musica?

  10. Bernardo De Muro Says:

    Non esiste il ‘prevedibile’ della musica. Se esistesse, non avrebbero senso – per compositori che si chiamino Beethoven o Brahms, ecc. – le segnature ‘andande con moto’… ‘allegro vivace’… ‘allegretto’… ‘adagio lamentoso’… La musica non è né fenomenologia dello spirito né metalinguistica. La musica è, prima di tutto, entrare nelle note scritte con due brevi tocchi, che un attimo dopo celebrano il capolavoro. O forse il miracolo. Alle 0.30 si è già in grembo a Morfeo. Quindo mi scuso se ho scritto qualcosa che offende il gusto di ogni ascoltatore di note. C’è chi sussurra i cavalli e c’è si sussurra le note… buona notte!
    Bernardo De Muro

  11. Bernardo De Muro Says:

    Il ‘telegramma’ di Toscanini a Sergiu, vero o falso, non fa onore né alla musica né all’estetica della parola. Così come dissento dagli improperi del grande Celibidache nei riguardi di tanti suoi “colleghi” direttori. Sarcasmo, follia liberticida o cos’altro? Qui si va oltre la satira e, forse, oltre il buon gusto. In questo preciso istante sto ascoltando il Requiem tedesco di Brahms diretto proprio dal romeno ‘accademico’ matematico e filosofo. E non posso pensare che il Maestro abbia avuto il tempo di giocare con simili inedeguatezze nel sentire le mirabilia di note che scaturiscono dal suo braccio divino percorrendo i sette movimenti brahmsiani. Non so quanto un aneddoto possa spostare il senso dell’etica professionale. Grande il Sergiu, ma ancora più grande il suo essere poco garbato e poco avvolto dal candore zen.Eh, Sergiu!

  12. Mp Says:

    Mi spiace ma, nella musica, non riesco a rispettare i detentori della verità assoluta. E mi dispiace che il grande Celibidache si palesi come tale. Chi va a cercare solo nel segno grafico l’archetipo, mi spiace ma non è un interprete, è un ragioniere della musica. La musica è matematica sapientemente mescolata ai sentimenti, la capacità di dare alla pura forma una poetica, ecco perché le fughe di Bach sono tanto sublimi rispetto a quelle dei trattatisti (Gedalge un esempio), formalmente impeccabili ma glaciali e povere. Si deve sempre tendere al desiderio dell’autore, ma non ci si dimentica forse che lo stesso autore era musicista? E che lui stesso magari non possedeva la verità assoluta nemmeno riguardo alle sue stesse opere? Pensiamo a quante volte Rossini abbia modificato le sue composizioni nel corso della vita, o a quante modifiche hanno avuto le interpretazioni di Stravinsky della sua stessa Sagra della Primavera. E le interpretazioni di Celibidache di una stessa sinfonia erano sempre identiche forse? Cari detentori della verità, cari dispensatori di obiettività, ricordate che la modestia è la virtù dei grandi, imparare dall’immenso Kleiber non sarebbe un’idea malsana.
    Mp

  13. Miguel Says:

    Trovo i toni del Toscanini/Kleiber uno spasso e Celibidache un uomo tronfio, adulatore di sé stesso, appesantito da tante e troppe riflessioni filosofiche, che probabilmente lo facevano sentire meglio degli altri, incauto e imbarazzante nella semplicità del giudizio. Interessante è poi ricordare le tendenze al”autoritarismo e alla misoginia, che completano il bel quadretto.
    Viva Kleiber, Karajan e Abbado, uomini di musica e di grande umanità.

  14. enrico enrichi Says:

    Io con Celibidache ho suonato numerose volte come violinista nell’ orchetra del Teatro la Fenice di Venezia e posso dire solo due semplici parole : tra i “Grandi” che si sono alternati su quel podio è stato il più grande . Questo parere era condiviso da tutta l’ orchestra e , se permettete , chi più di noi può giudicare sia la tecnica direttoriale che l’ interpretazione al confronto di melomani e critici non sempre proprio ben acculturati musicalmente ma solo letterariamente e filosoficamente informati ? Tante belle parole ma poco succo è normalmente il loro prodotto ! Come un famoso critico che , recensendo una esecuzione della 5 sinfonia di S. Prokofiev ( diretta dal nostro ) si permise di scrivere :” magnifica esecuzione ( bontà sua ) di UNA BRUTTA SINFONIA !!! Si è beccato le maledizioni di tutta l’ orchestra cui Sergiu aveva spiegato per filo e per segno ogni significato musicale in riferimento al periodo storico , al vissuto dell’ autore e le conseguenti scelte interpretative adottate .
    Oltretutto la cultura di Celibidache era immensa e spaziava nei campi più diversi : dalla fisica al ballo ( è stato un famoso ballerino di TIP TAP ! ) dal calcio ( giocava come centrattacco ) alla filosofia , dalle lingue ( ne parlava correntemente sette ) all’ edilizia ( si è pure costruito una casa con le sue mani ! ) .
    Un altro “tagliatabarri” era Ferrara ma l’ unico dei contemporanei che salvava era proprio Lui : Celibidache . Ferrara “forse” ne capiva qualcosa di musica , e chi non sa chi era si documenti un poco !

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