Davide Cabassi – V – Danze cubane di Ignacio Cervantes

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Danzas Cubanas di Ignacio Cervantes

Se un pomeriggio di primavera un recensore si mettesse in testa di voler stroncare l’ultimo disco di Davide Cabassi… non potrebbe.
In questo caso, poi, al Cabassi si possono solo fare complimenti.
Ma andiamo con ordine.

E’ appena uscito, direi da tre settimane, l’ultimo (cronologicamente) disco di Cabassi. Avevo dichiarato, tempo fa, la mia intenzione di voler scrivere di tutti i dischi (che ora dovrebbero essere cinque) di Cabassi. In realtà ho scritto solo del primo, “Dancing with the orchestra”, ma recupererò, lo prometto.
Questo quinto disco di Cabassi raccoglie, per la prima volta ad opera di un pianista non cubano, l’integrale delle quaranta danze cubane di Ignacio Cervantes, con in più una graditissima romanza aggiunta al lotto delle danze.

Il nome di Ignacio Cervantes, temo, susciterà qualche espressione facciale dubitativa in buona parte di quei pochi lettori che leggeranno questo sproloquio. Ed è un peccato, mi credano, è un peccato.
Ignacio Cervantes (1847 – 1905), fu un grande pianista e compositore cubano. Bambino prodigio, studiò al conservatorio di Parigi negli anni ’60 del diciannovesimo secolo, con Marmontel ed Alkan. Nel 1866-67 egli vinse i concorsi di armonia e composizione.
Capite bene che una parabola simile non può non aver lasciato importanti influenze sulla sua musica. Ai ritmi ed ai sapori cubani egli ebbe modo di sovrapporre ed affiancare la grande tradizione romantica che poté ascoltare, studiare ed ammirare in Europa. Incontrò Liszt e Rossini ed entrambi ebbero modo di complimentarsi con lui per il suo pianismo. E’ dunque questo suggestivo percorso a donare alla sua musica un fascino davvero universale, che ammicca alle seducenti melodie cubane con un sapore romantico nella scia di Chopin, Schumann e Beethoven.
Cervantes, tornato a Cuba nel 1870, ebbe modo di iniziare una lunga carriera pianistica, interrotta forzatamente con l’esilio del 1895 (a causa della guerra di indipendenza cubana). Proprio alle sofferenze del suo esilio dedicò uno dei suoi capolavori, la danza “Adios a Cuba”, forse la più struggente del lotto. Compositore dotato di talento notevolissimo, si occupò anche di altri generi. Scrisse opere e musica da camera, ma il suo nome resta noto (anche se poco) soprattutto grazie alle quaranta danze per pianoforte.

Il mio primo incontro con queste stupende danze è avvenuto un paio di anni fa. Bacalov tenne un recital pianistico all’Aquila: in programma c’era solo musica sudamericana, e tra questa tre danze di Cervantes. Bastarono tre o quattro note di “Adios a Cuba” per farmi innamorare di questa musica. La mia ricerca di una incisione è stata per lungo tempo vana: un pianista cubano, Ruben Pelaez, incise le danze cubane anni fa, ma il disco è praticamente introvabile.
Poi, improvvisamente, mi è arrivata la notizia che Cabassi, proprio lui, si apprestava a realizzare la prima integrale assoluta di un pianista non cubano.
Sembra passato un decennio, ma ecco che finalmente qualche giorno fa il disco è finito tra le mie mani, pronto da dare in pasto al lettore cd. Sulla copertina del disco c’è un bel tucano, a voler raffigurare Cuba ed il sud America. Il disco, etichetta Concerto Classics, è molto ben registrato, forse meglio di alcuni dischi di etichette ben più note, ma veniamo, finalmente, alla musica.

Le danze, come dicevo, sono quaranta. Ognuna di esse ha un titolo in spagnolo, non saprei peraltro se vi siano titoli che subiscano le inflessioni cubane della lingua spagnola. I titoli sono tutti cortissimi: una, due parole. Un’immagine, un sentimento, un’emozione: “Soledad”, “Un requerdo”, “Ilusiones perdidas”. Il titolo dice già tutto, ed è questo un particolare notevole delle danze di Cervantes: esse sono straordinariamente descrittive, evocative per meglio dire. In “Soledad” si trova davvero un sentore di solitudine, di nostalgia per qualcosa che se n’è andato, pur con un senso di serenità e forse addirittura di felicità, pur celato, sotto traccia. “Un requerdo” è addirittura trasognante. Lo stesso si può dire di “La encantadora” e di gran parte delle danze della raccolta.
Il grande pregio di queste danze è il saper centrare e magnificare la vera grande qualità della musica sudamericana: la stupenda malinconia che essa trasmette, evoca. Malinconia sempre addolcita da una nota di tenerezza, o di brio. Mai tristezza assoluta, mai disperazione, sempre incanto. Nei momenti grigi dell’esilio da Cuba, Cervantes scrive “Adios a Cuba”, forse la più cupa delle danze. Eppure, nella sua malinconia sconfortante, la danza non è mai disperata. Cabassi sceglie un tempo particolarmente lento che dà alla musica un colore struggente. E’ così che Adios a Cuba diventa, in questa interpretazione, l’unica danza a superare i tre minuti di durata. Le altre, si intuisce anche dal fatto che un singolo disco riesca a contenere 40 danze, sono tutte piuttosto brevi (1-2 minuti), pur variando nella forma della scrittura. Molte altre qualità si possono trovare in queste danze, mi va di citarne almeno un paio che mi hanno colpito particolarmente. Innanzitutto, il pianoforte canta, canta stupendamente. In alcune danze sembra quasi sentire il pianoforte chiedere qualcosa (in “Por qué, eh?”, ad esempio, il pianoforte sembra davvero chiedere “Perché?”), in altre (“Improvisada”) sembra davvero che il pianoforte si sostituisca ad una voce umana, orgogliosamente. In “Gran señora” sembra addirittura di trovarsi davanti una signora cui la musica (resa viva dal pianoforte) chieda gentilmente, con timida devozioni, qualcosa che possiamo solo immaginare. E poi, come tacere la stupenda scrittura pianistica? Il virtuosismo non è mai fine a se stesso, sempre funzionale alla realizzazione brillante del carattere della danza. Già, perché molte delle danze divertono, il brio è trascinante e irresistibile (difficile non sorridere ascoltando “La glorieta”, “Interrumpida”), altre impressionano per l’efficacia della scrittura, soprattutto nell’uso dei registri e del colore (“Los tres golpes”, “Improvisada”, “Interrumpida”, “El velorio”). Come dicevo, gran parte delle danze ha un sapore tipicamente cubano, ma in molte di esse si sente l’influenza romantica subita da Cervantes a Parigi; in “Decisiòn”, ad esempio, oppure nelle battute iniziali, poi riprese, di “Se fué y no vuelve màs”, che ricordano una sonata per pianoforte di Beethoven. Inconsapevole, probabilmente, la citazione beethoveniana in “Tiene que ser”, deve essere. Le ultime tre danze, a quattro mani, sublimano il carattere brioso e scherzoso che citavo poco più sopra. Addirittura nell’ultima delle tre (“Los munecos”, divertentissima), Cabassi si dà alle percussioni e, staccando per un attimo le mani dalla tastiera, suona il coperchio della tastiera stessa o forse il listello del leggio. Ad accompagnare il pianista in queste tre danze a quattro mani è Tatiana Larionova, ed il risultato è ben all’altezza del resto del disco.
Esaurite, purtroppo, le quaranta danze, il disco ci offre un fuori programma che fa comprendere ancor di più quale sia la statura di Cervantes. Si tratta di una stupenda romanza, “Fusiòn de almas”, tramandata dalla figlia di Cervantes, che ci fa capire come il compositore cubano fosse a suo perfetto agio anche con generi diversi da quello della danza. La romanza mantiene una dote fondamentale delle danze, cioè il canto ottenuto dalla scrittura pianistica, e però risulta più ricca, sia nell’espressività che nella forma.

In fondo a questa (lunga) recensione, mi permetto di ringraziare personalmente Davide per il suo amore per la musica e per la passione che tutti possono ascoltare in questo disco. Va elogiato ben più di una volta sola.
Per prima cosa merita i complimenti per la scelta di questi capolavori quasi sconosciuti: spero davvero che il suo disco aiuti questa musica, rendendola un po’ più nota.
Inoltre merita ancora più complimenti per la dedizione e per l’amore che riversa nel suo lavoro. Questa incisione è magistrale: l’interpretazione che Davide ci offre conserva la purezza e il fascino del pianismo sudamericano, cubano, e in più cerca (e trova) un pizzico di rigore, un’intelligente fedeltà alla musica scritta che altri interpreti cubani non hanno ricercato prioritariamente nell’esplorazione di questo repertorio. La sua è una lettura universale e, in quanto tale, senza tempo, come la musica di Cervantes.

Chiudo con piacere lasciando finalmente spazio alla musica suonata. Davide ha gentilmente acconsentito alla mia richiesta di poter pubblicare qualche danza su internet, e lo faccio davvero con immenso piacere.
Ne ho scelte quattro che mi stanno particolarmente a cuore: “Soledad”, “Ilusiones perdidas”, “Improvisada” e “Adios a Cuba”.

Eccole qui, buon ascolto:

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