Wladyslaw Szpilman, Il pianista

by

Władysław Szpilman

L’argomento principale di questo blog è la musica. La mia passione principale è la musica. Analogamente, per Władysław Szpilman, pianista polacco, la principale ragione di vita era la musica. Poi arrivarono i tedeschi a sconvolgere la sua vita.

Molti di voi conosceranno il capolavoro di Roman Polanski “Il pianista”, film acclamatissimo negli ultimi anni. Forse non tutti però saprete che il film è stato tratto da un racconto autobiografico. Bene, oggi più che parlare della carriera di Szpilman parlerò della sua straordinaria vicenda, raccontata nel libro “Il pianista – Varsavia 1939-1945: la straordinaria storia di un sopravvissuto”.

Nota: l’articolo contiene anticipazioni sulla storia del pianista polacco. E’ chiaro comunque che chi avesse visto il film e non letto il libro può tranquillamente proseguire nella lettura, visto che conosce già nei dettagli l’intera vicenda.

Come dicevo, Władysław Szpilman fu un pianista polacco di grande talento, oggi noto quasi esclusivamente per la straordinaria storia raccontata in questo libro.
La violenza della conquista della Polonia da parte della Germania nazista fu poca cosa se paragonata alla durissima repressione degli ebrei che venne messa in opera negli anni ’40-’45, soprattutto a Varsavia, sede di uno spaventoso e spettrale ghetto nel quale gli ebrei residenti nella città vennero confinati. Szpilman, ebreo benestante, fu dapprima privato di ogni bene e rinchiuso nel ghetto al pari dei suoi sfortunati concittadini ebrei, e fu in seguito destinato alla deportazione, avendo avuto la fortuna di sopravvivere ad un grande numero di esecuzioni sommarie (e di una crudeltà immane). Tuttavia la sua notorietà (lavorava come pianista alla Radio di Varsavia) gli risultò d’aiuto nell’evitare la deportazione, che però toccò in sorte a tutta la sua famiglia. Nella prima parte del racconto Szpilman si occupa di raccontare splendidamente l’inasprimento delle misure a carico degli ebrei. La privazione della libertà, è storia, venne attuata con un crescendo sinistro e preoccupante, ma in mondo che ogni misura apparisse un insignificante passo ulteriore rispetto alla precedente. Del resto è altrettanto noto che i tedeschi fossero molto abili nel dissimulare, nel nascondersi dietro una crudele ipocrisia. Le menzogne che ben conosciamo e che attendevano i deportati all’ingresso dei campi di concentramento erano solo il culmine delle menzogne che in ogni occasione venivano raccontate agli ebrei e a tutto il resto della popolazione. Molti ebrei, comunque, sapevano cosa li aspettasse, almeno a Varsavia: Szpilman nell’affermare questo è categorico. Lui stesso, però, ammette di non aver creduto per molto tempo ai foschi racconti provenienti da chi aveva avuto modo di venire a conoscenza dei piani dei tedeschi, salvo poi ricredersi col passare dei mesi e con l’aumento della violenza ingiustificata.
Il ghetto di Varsavia veniva periodicamente sgomberato. I circa quattrocentomila abitanti dei due ghetti (uno piccolo, l’altro più grande e devastato) vennero deportati in più fasi. I tedeschi lasciavano vivere coloro che potevano offrire i loro servigi per uno scopo qualsiasi. Viene narrato ad esempio che un certo numero di ebrei, tra cui lo stesso Szpilman, vennero impiegati per lavorare al disfacimento di porzioni del ghetto stesso una volta terminata la parte principale dello sgombero. Altri ebrei vennero tenuti vivi solo perché c’era la necessità di lavorare all’ammodernamento dell’abitazione di un gerarca delle SS. Inutile sottolineare il fatto che alla fine del lavoro fossero tutti uccisi.
Gli anni più terribili, per Szpilman, furono i lunghi anni in cui, ormai privo di un lavoro che potesse giustificarne la sopravvivenza, fu costretto a nascondersi in appartamenti di fortuna messi a disposizione da conoscenti non ebrei che riuscirono a ricevere i suoi disperati messaggi d’aiuto. Che fossero semplici civili oppure militanti del movimento di resistenza polacco, questi esseri umani furono senz’altro degli eroi, dato l’enorme rischio che correvano nel proteggere un ebreo. In quei lunghi mesi passati nel terrore di essere scoperto dalla Gestapo, Szpilman riuscì a sopravvivere vivendo nel silenzio più assoluto e nella più assoluta mancanza di qualsiasi tipo di bene: dal cibo, che gli veniva portato in dosi minime a scadenze sempre più allungate, a beni materiali di minor valore eppure di compagnia in situazioni simili (libri, giornali). Szpilman racconta di aver passato intere settimane a ripassare mentalmente ogni conoscenza acquisita in passato; che si trattasse di musica, di letteratura o di lingua inglese, poco importa. Terribili sono le pagine in cui racconta come tentasse di escogitare un modo per togliersi la vita rapidamente nel caso di una irruzione della polizia tedesca. Tuttavia riuscì a nascondersi efficacemente e a sottrarsi a tutte le successive evacuazioni prefissate del ghetto. Venne poi il periodo della eroica ribellione dei non molti superstiti nel ghetto, sanguinosamente sedata dai tedeschi, pur con moltissime perdite. Szpilman stesso, prima di essere costretto a nascondersi nei vari appartamenti, aveva partecipato alla delicatissima preparazione della rivolta, riuscendo a condurre nel ghetto alcune armi.
Fu però il 1944 l’anno più duro per il pianista polacco. I tedeschi presero a distruggere tutte le abitazioni di Varsavia: Hitler aveva deciso di radere al suolo l’intera città. Fu così che Szpilman non ebbe neanche più una casa in cui nascondersi: trascorse un intero anno vagando per le distrutte strade di Varsavia alla ricerca di cibo e acqua. Gli capitò di nascondersi tra i numerosissimi cadaveri abbandonati per strada, pur di sfuggire ad improvvise apparizioni di soldati tedeschi nelle deserte vie di Varsavia. Fu anche costretto a bere acqua piena di cenere e di parassiti pur di sopravvivere tra i feroci morsi della fame e della sete. Eppure, proprio quando la disperazione stava per averla vinta, un ufficiale tedesco della Wehrmacht lo scoprì mentre curiosava in un edificio alla ricerca di qualcosa da mangiare. Szpilman non lo sapeva, ma quell’edificio era destinato a diventare un quartier generale tedesco.
Il nome dell’ufficiale della Wehrmacht (corpo peraltro spesso distintosi per maggiore umanità rispetto agli altri corpi dell’esercito tedesco) era Wilm Hosenfeld. Questo nome è davvero poco conosciuto, molto meno di quanto meriterebbe.
Szpilman, probabilmente rassegnato all’idea della morte, dopo tanti anni di sofferenza e di fuga dai tedeschi, raccontò ad Hosenfeld cosa faceva in quel posto. Hosenfeld gli chiese cosa facesse prima della guerra. Nell’edificio, uno dei pochi ad esser rimasti integri in tutta Varsavia, c’era un vecchio pianoforte mezzo scordato. Hosenfeld chiese a Szpilman di suonargli qualcosa: sono le note del Notturno in Do# minore (e non quelle della prima ballata, presente nel film), ad illuminare gli attimi più emozionanti del racconto.
Hosenfeld chiese in seguito a Szpilman di mostrargli il posto in cui si nascondeva, consigliandogli infine di nascondersi in un sottoscala che era sfuggito finanche allo stesso pianista polacco. Lì, senza fortunatamente mai essere scoperto dai tedeschi, Szpilman sopravvisse per le restanti settimane prima della ritirata tedesca (conseguente all’avanzata sovietica).
Poté sopravvivere solo grazie al cibo portatogli dal comandante Hosenfeld.

Forse non dovrei aggiungere altro, ma mi piace segnalare ancora qualcosa. Innanzitutto la statura di questo racconto, uno dei più belli (forse il maggiore, se ci rifletto meglio) che io abbia letto sull’Olocausto. Ci sono alcuni episodi davvero incredibili e che forse potrebbero anche sembrare inventati, se non conoscessimo quali siano le nefandezze commesse dai tedeschi. Eppure anche in questi episodi, difficilmente narrabili, Szpilman riesce ad essere efficace. Non c’è la ricerca del patetico nel suo racconto, ma spesso solo la cronaca, dura e cruda. Szpilman peraltro non lesina critiche anche ai suoi compagni del ghetto, spesso dediti a comportamenti censurabili pur in condizioni del tutto incomprensibili al giorno d’oggi.
Voglio poi aggiungere una cosa fondamentale: alla fine del libro vengono riportati alcuni estratti dal diario personale del comandante Wilm Hosenfeld. E’ incredibile la lucidità con cui il comandante delinea, fin dal 1942, il folle progetto nazista, criticandolo e condannandolo con decisione e raccapriccio. Le sue parole a difesa degli ebrei sono bellissime, senz’altro figlie di una statura morale superiore.
Il commento migliore su Hosenfeld, poi ucciso in un campo di prigionia sovietico, è dello stesso Szpilman, che così lo descrive a conclusione del suo racconto:
“L’unico essere umano con indosso l’uniforme tedesca che io abbia mai conosciuto”.

Concludo dicendo che poche sono le occasioni in cui si può affermare che una trasposizione cinematografica di un testo sia perfettamente compiuta. E’ vero anche che in alcuni casi un film può superare lo scritto da cui è ispirato. Raramente si ha l’impressione di essere davanti a due prodotti di qualità altissima e paragonabile. Il pianista di Polanski certamente rientra in questa categoria. Accade a volte che la cinematografia sia arte pura ed universale. Per alcuni versi Polanski ha firmato un capolavoro dell’arte, senz’altro uno dei più grandi contributi all’arte cinematografica contemporanea che io conosca.
Il film segue con grandissima fedeltà gli eventi narrati nel libro, solo in un paio di occasioni sono presenti sfumature trascurabili e presenti unicamente in quanto richieste dal mezzo cinematografico. Si ritrovano dunque nel film alcuni episodi sconvolgenti narrati da Szpilman che testimoniano la crudeltà dei nazisti, assolutamente insensibili di fronte alla dignità della vita umana, che fosse quella di un anziano paraplegico gettato da un balcone o quella di un neonato trucidato. Polanski è dunque riuscito a tradurre in immagini ed emozioni quello che Szpilman aveva precedentemente tradotto in parola. Questa vicenda reale, in una delle due declinazioni che ho ora citato, è un’opera senza tempo che costituisce una profonda riflessione sull’uomo, sulla crudeltà della quale esso riesce ad essere capace e sull’unica grande virtù che lo differenzia, a volte, dalle bestie: l’umanità.

Vi lascio con la toccante interpretazione del Notturno in Do# minore di un ormai anziano Szpilman:


Tag: , , , ,

2 Risposte to “Wladyslaw Szpilman, Il pianista”

  1. luisa Says:

    Szpilman è un esecutore meraviglioso la musica da lui eseguita entra nel cuore e nella mentela sua dolcezza mi commuove io lo adoro!

  2. Il pianista « ANKONA IG Says:

    […] polacca; ma oggi lo ricordiamo soprattutto per la sua capacità e forza narrativa nelle memorie di Il pianista. La straordinaria storia di un sopravvisuto, pubblicato nel dopoguerra ma di fatto conosciuto dal grande pubblico solo nei decenni a […]

Lascia pure un commento :)

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: