Hans Zender e la pietrificazione emotiva di Morton Feldman

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Hans Zender dirige musiche di Morton Feldman, CPO

Hans Zender dirige musiche di Morton Feldman, CPO


Sovente le ferree leggi discografiche finiscono per emarginare artisti dotatissimi, ma spesso svantaggiati per aver scelto una carriera relativamente lontana dalle luci della ribalta. Hans Zender probabilmente fa parte di questo considerevole gruppo. Nato nel 1936, allievo in composizione di Karlheinz Stockhausen, il maestro di Wiesbaden ha passato la sua vita a dirigere orchestre tedesche e teatri tedeschi non sempre di primissimo piano: Bonn, Kiel, Friburgo, Amburgo, la parentesi con la Radio Olandese. E soprattutto, l’orchestra della Radio di Saarbrücken, e quella della SWR di Baden-Baden.
C’è davvero di che rimanere sconcertati a paragonare la Saarländischer Rundfunk, una stazione radiofonica che serve uno dei più piccoli länder tedeschi, la Saarland, col carrozzone della nostra Rai del tempo che fu. La SR (la chiameremo così d’ora in poi) ha da sempre un’orchestra di grande qualità, sicuramente superiore alle pur oneste formazioni similari italiane. Sfruculiando nel loro vasto archivio, i draghi discografici della CPO, l’etichetta di nicchia forse più interessante in commercio, ha racimolato un sacco di produzioni tutte accomunate dalla presenza di Hans Zender sul podio. Il risultato è stata una poderosa Zender Edition con le perle del maestro. Un’edizione che ora, a undici anni dalla sua uscita, è purtroppo fuori catalogo: dei 17 dischi originali (un repertorio che andava dalle ultime sinfonie di Mozart alle musiche di Bernd Alois Zimmerman, passando per Schumann, Debussy, Mahler) ne sono tuttora in vendita quattro.
Dei quattro, è interessante il doppio cd dedicato a musiche di Morton Feldman (1926-1987), il compositore americano considerato il più autorevole legatario di John Cage. Una scelta che non deve stupire: nello Zender direttore d’orchestra convissero sempre l’amore per il romanticismo tedesco e la passione per le nuove musiche, spesso tenute a battesimo da lui medesimo.
E’ il caso dei quattro “… and orchestra”, le composizioni per solista e orchestra che Feldman scrisse negli anni ’70. Il primo che troviamo, Flute and orchestra, è cronologicamente l’ultimo della serie, ma l’esecuzione che troviamo qui è quella della prima assoluta, nel 1978. A suonare, la flautista Roswita Staege. La gente, ormai, conosceva lo stile compositivo di queste musiche di Feldman: lunghe durate, nessun virtuosismo strumentale del solista (che peraltro monopolizza le parti melodiche), accompagnamento orchestrale discreto e, soprattutto, assoluta predilezione di sonorità attutite, piani, pianissimi. E’ musica che cristallizza qualunque forma di sentimento in un biancore algido, soffuso, vagamente malato. Sembra un’atarassia musicale. L’orchestra procede con cluster prolungati, impasti di luce quasi da laboratorio o da sala operatoria, senza scoppi passionali di nessun genere. Una specie di rappresentazione del deserto delle passioni.
Siegfried Palm

Siegfried Palm


Il clima degli altri brani, composti nel quinquennio precedente e registrati nella sala della Radio, non è diverso. Cello and orchestra, del 1972, si avvale dell’apporto del cellista “contemporaneista” Siegfried Palm, un solista di bravura rimarchevole in questo tipo di musica, e d’una umiltà a dir poco straordinaria, visto l’impegno richiesto da pezzi come questo, ben poco gratificanti dal punto di vista virtuosistico. Rimangono Oboe and orchestra (1976) e Piano and orchestra (1975). Il primo sfodera un organico orchestrale decisamente grande (quattro legni, tre corni, tre tromboni, tre trombe, tuba, percussioni in varietà, arpa, piano, celesta, archi), ma piegato a una serie inusitata di sfumature e pianissimi. L’oboe (qui suonato da Armin Aussem) sciorina assoli di maggior immedesimazione emotiva, rispetto a quelli delle altre composizioni, arrivando a intonare veri lamenti. Il secondo vede invece il regresso del virtuosismo pianistico a componente elementare, oserei dire ludica: figurazioni accordali ripetute e poco altro. Rieccoci dunque nel clima pietrificato di prima. Notare che le composizioni sono tutt’altro che brevi (da 18 a 33 minuti), ma non sono nient’affatto noiose.
Zender esce da questa sfida a testa veramente alta. Con lui, l’orchestra della SR giunge a sfumature davvero impensabili, una sorta di sinfonia della sfumatura e della luce di taglio, che illumina l’atmosfera stralunata (anzi, oserei dire brechtianamente straniata) di queste composizioni. La qualità delle incisioni stereo paga un piccolo debito con gli hiss, ma è godibile e piena (altro che Rai).
Ciliegina sulla torta: vista la breve durata dei due dischi, la CPO ha deciso di farli pagare come fossero uno solo. E’ oltremodo conveniente acquistarli da jpc, il dealer tedesco che della CPO fa parte. Vengon via per poco, ma l’interesse all’ascolto è davvero cospicuo.

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